21 CAP. 12 – “N come Noia”

(Giorno 12)

− Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri a Firmato, tanti auguri a te − gli applausi erano davvero insopportabili, ma sorridevo ugualmente, − forza, spegni le candeline.

− Ma sono troppe…  non riesco.

− Ma che troppe, tesoro – disse Marinella baciandomi sulle labbra, − tu puoi fare tutto.

Spensi le candeline a due riprese. Sessanta per l’esattezza. L’unica cosa che riuscivo a fare veramente bene sembrava non invecchiare, a guardarmi chiunque mi dava almeno dieci, anche quindici anni in meno e a ragione, perché tutto sembrava essersi fermato. A parte questo, il resto poteva definirsi perfetto solo se si ricercava il disastro e la dissolutezza. Per cominciare avevo lasciato Zina, o almeno era stata lei a lasciarmi, dopo aver scoperto la mia relazione con Marinella.

− Non è possibile. Cazzo, non ci credo. Scoparti una bambina di trentasette anni più giovane di te.

− Trentasei.

− Trentasette − replicò − tra un mese fai sessant’anni, non lo ricordi?

− Tendo a non tenere il conto di certe cose.

− Fai proprio schifo. E la cosa peggiore di tutto questo lo sai qual è?

− Se proprio vuoi dirmelo.

− Che io ti amo. Ti amo ancora. Nonostante tutto ti amo ancora.

− Uh, che parolone – dissi, cercando di placare il suo dissenso. – Ascolta Zina, siamo entrambi grandi ed entrambi coscienti del fatto che alla nostra età il concetto d’amore sia abbastanza superato, non credi?

− No, non lo credo affatto, pezzo di insoddisfatto egoista che non sei altro.

− Come vuoi. E poi che vorresti, un futuro, una casa, magari un cane?

− No, Firmato − disse avvicinandosi, − io voglio un figlio.

− Un altro.

− Sì, sono ancora in tempo, voglio un figlio finché posso farlo.

− Zina, io non lo voglio e non credo di essere capace di darti l’amore che vuoi e che sono sicurissimo meriti.

− E cosa può darti quella bambina che potrebbe essere tua nipote?

− Non credo vorresti saperlo.

− Dio santo, mi viene da vomitare.

− Vuoi un’Alka-Seltzer?

− Sei proprio uno stronzo, Firmato. Spero tanto che Tore venga a darti ciò che meriti e il tuo silenzio è fin troppo eloquente. Questo decreta la fine del nostro rapporto − concluse poi sotto voce, facendo risuonare il tutto come un’inappellabile sentenza.

Era andata così, più o meno. Ci eravamo lasciati e per tutta risposta, invece di continuare a tenere nascosta la relazione con Marinella, l’avevo palesata liberamente e da un mese adesso era sulla bocca di tutti. Poi c’era stato il risvolto con le cause e la chiusura definitiva delle mie imprese e produzioni. I risarcimenti erano stati chiusi, altri si avviavano, ma erano sotto controllo. Poi le varie cause cominciavano ad uscire fuori, ma sia Nanni Limoni che la moglie di mio figlio, Alba Fallace, erano stati capaci di annullare totalmente le colpe che gravavano su di me o almeno di deviarle. Insomma, era finita bene. Adesso sperperavo i miei soldi e i miei giorni, in un vasto e indescrivibile turbinio di tempo sprecato.

− Aó Firma, nun te preoccupà, poi dormì beato, ‘gliamo fatto er culo a tutti.

− Sai che non lo so, Nanni − risposi, mentre buttato sul divano non riuscivo a racimolare le forze per alzarmi e fare qualcosa, una qualsiasi cosa.

− Statte tranquillo.

− Nanni, tranquillo è morto quando sono nato io.

− Mannaggia aò, te sto a dì che nun ce ponno toccà, fidete.

− Sarà − conclusi, − e “fidete” sia.

In effetti avevano fatto un lavoro fantastico e io potevo davvero dormire tra due guanciali, ma non riuscivo a distrarmi e a pensarci bene speravo che un po’ di movimento arrivasse da qualche parte, fosse anche da un tribunale.

− E mo che pensi de fa?

− Cosa − chiesi, assorto e distratto dai pensieri.

− Che cosa intendi fare?

− Me ne starò a morire qui.

− Mannaggia oh, sei pieno de tempo e de sordi, te verrà in mente quarcosina, no?

− No.

− Pigliamose la barca a vela e famose uno de quei giri de orge, mignotte e coca, che dici Firmà, te va?

− Non lo so, troppo sbattimento.

− Ma che sbattimento, ‘nnamo dai − provò tirandomi per la gamba.

− No, ti ringrazio, ma non me la sento. Vorrei far qualcosa di diverso invece, non so, vedere l’arte magari.

− L’arte… e che ce devi fa coll’arte.

− Ma così, non lo so − dissi alzandomi, − so chi ci può aiutare. Chiamerò Ermanno, lui ha la tipica faccia di quello che conosce qualcuno, che conosce qualcuno, che mastica roba simile. Così andiamo.

− Firmà − mi interruppe, − io me piscio fori da sto programma. A vedette l’arte ce vai te e quel disadattato de Ermanno, io me vado a fa na doccia e poi me ‘mbuco a quarche festa. Se ce voi venì basta che me chiami. Se beccamo.

Chiamai Ermanno e il suo entusiasmo fu anche più di quello che mi aspettassi. Che volete era così, dovevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Volevo ciò che non avevo e avevo ciò che non volevo. E non c’è niente di peggio quando si vive in un simile stato.

All’appuntamento, in piena Piazza Vittorio, luogo che odiavo per la sua incombente vastità, capace di generare in me un’agorafobia terrificante, trovai Ermanno con l’espressione del professorino che deve far visitare un museo alla scolaresca e Giovanni, che teneva per mano il figlio Giorgio, dodicenne rompipalle come la madre.

− Sai che ogni volta che vedo tuo figlio mi viene da ridere − gli sussurrai salutandolo.

− Smettila − replicò allo stesso modo − o interrompiamo le nostre discussioni non professionali.

− E tanto tu ci perdi, il tuo unico paziente interessante sono io. E comunque detto così sembra che quando vengo facciamo roba.

− Sei malato, amico mio e poi tu non sei il mio tipo. Io mi riferivo al fatto che non mi paghi.

− Allora ragazzi − intervenne Ermanno, − sta mia amica è bravissima. Ha aperto la sua galleria qui a Torino da una quindicina d’anni, ma già lavorava giù da un pezzo. Poi ha studiato…

− Ermanno − lo interruppe Giovanni, − mentre parli, potresti fare strada cortesemente.

− Hai ragione, andiamo.

Entrati nella galleria ci colpirono la disposizione e lo stile. Era confortevole ma con qualcosa che richiamava il disordine. In realtà non saprei spiegarlo, ma ricordo che Ermanno definì il tutto come “organizzazione caotica di stile e adattabilità spaziale”.

− Vedete, questi quadri, il loro contenuto, la trasmissione delle loro emozioni e la stessa sistemazione, non sono altro che l’organizzazione caotica di stile e adattabilità spaziale.

− Forse dovrebbe essere lui a venire da te di tanto in tanto − dissi sottovoce a Giovanni.

− Non immagini quante volte gliel’ho detto, ma non vuole venire.

− Il tutto è cosi perfettamente collocato in un’asimmetria contemporanea e dislocante − continuò a spiegare. − Ah, ecco l’artista. Vi presento Viola Zonna. Viola, questi sono Giovanni e Firmato.

− Ciao Ermanno, come stai. Piacere di conoscervi e benvenuti nella mia galleria. E tu chi sei − chiese al piccolo Giorgio che, mantenendo intatta la sua fastidiosissima espressione, rimase zitto. − Cos’è, il gatto ti ha mangiato la lingua?

− Io non ho gatti. Mia madre dice che i gatti sono gli animali del diavolo.

− Allora c’è − gli disse sorridendo, − vuoi vedere i miei quadri?

− Non mi piace la pittura ed è stato mio padre a portarmi.

− Come non ti piace?

− Mia madre dice che l’arte è per i poveracci.

− Ma davvero − rispose lei − e ti sembro poveraccia io?

− Sì − disse tranquillo lui, guardando con disprezzo il lungo e largo maglione che Viola aveva indosso.

− È timido − intervenne Giovanni.

− A me sembra stronzo − mormorai ad Ermanno.

− Buono a sapersi − rispose impassibile lei, − comunque tranquillo Giovanni, non fa nulla, venite con me.

Cominciammo quel lungo giro con Ermanno che faceva da Cicerone e Viola che cercava invano di interessare il piccolo Giorgio alle sue opere, spinta dalla pazienza e la passione per i bambini. Chiunque altro lo avrebbe ucciso sul posto.

Viola Zonna aveva studiato all’Accademia delle belle Arti di Firenze, era stata la prima del suo corso e pupilla di numerosi artisti italiani come Sciavarello e Pistoletto, poi il suo estro era come impazzito ed era sceso dal carro del buonsenso, che di norma vede ogni artista seguire una particolare corrente. Aveva invece deciso di mischiare letteralmente tecniche e correnti, costruendo uno stile che fosse solo suo. Al momento era inimitabile e allo stesso tempo contestato e voluto da tutti.

− Come la metti con tutti quelli che ti criticano?

− Parafrasando Oscar Wilde, me ne frego, che parlino pure, ciò che conta è che lo facciano.

− Ottima risposta.

− E tu, come ti senti ora che il mondo ti odia e ti maledice.

− Stanno continuando quello che ha smesso di fare mio padre, solo per motivi diversi, nulla di più.

− A metterla così sembra che ci vada meglio io.

− Decisamente.

Adesso eravamo seduti al tavolino di un ristorante sulla piazza, ma nonostante avessi avuto ciò che volevo, l’espressione sul mio volto non era cambiata. Sentivo sempre quella perenne insoddisfazione data dall’assenza di qualcosa o più probabilmente dalla presenza di un assillante nulla, nonostante le opere viste fossero decisamente interessanti, anzi mi avevano confuso ancora di più. Cercavo di fare mente locale,  ma i tram che passavano da piazza Vittorio interrompevano il mio vagare con la mente, mentre me ne stavo a pensare, fissando il mio piatto di pasta.

− Ermanno ti aveva descritto come un tipo loquace − disse Viola.

− Ermanno descrive sempre tutto per come gli pare.

− Lo eri, loquace − intervenne lui a sua difesa, − anche troppo. Se poi sei diventato un mollusco non è certo colpa mia. − Anche Giovanni annuiva, mentre cercava di far mangiare un panino a suo figlio.

− Perché saresti diventato un mollusco?

− Perché attraversa un periodo particolare − rispose Giovanni, − vive nell’ozio e nella dissolutezza morale.

− Nientemeno… “dissolutezza morale” e che hai fatto per farti descrivere così?

− Lasciamo perdere, c’è gente che lo vorrebbe morto e a sto giro l’amianto non c’entra nulla.

− Sì è meglio ed è anche in un misto di sentimentalismo decostruttivo con evidenti tendenze all’autocommiserazione sistemica − precisò Ermanno.

− Ma fate pure come se non ci fossi − dissi.

− A parte il fatto che non ho ben capito cosa abbia detto Ermanno…

− Come ognuno di noi − la interruppi.

− …credo che tu abbia solo bisogno di fare pace con te stesso.

− Addirittura pace con me stesso. E da cosa lo deduci così su due piedi, senza neanche conoscermi?

− A parte che so chi sei e di te si può leggere in qualsiasi giornale, specialmente in questo periodo. Ma se proprio lo vuoi sapere, dal fatto che hai sessant’anni, che sei solo e a quanto si dice che sei abbastanza nei guai.

− Ma sono ricco.

− E quello non ti basta, anzi, non hai nessuno con cui condividere tutta la tua ricchezza e gli amici non bastano.

− Poi questi…

− Mia madre dice sempre che la ricchezza è il metro per misurare la società.

− Visto, la voce della verità. Santo bambino.

− Vedi, l’ironia è solo una maschera con la quale nascondi le parti più vere di te stesso, quelle che sai che fanno male davvero. Detto questo io non sono mica una terapista o psicologa come Giovanni, ma sono abbastanza certa di ciò che dico. Tu sembri una persona sola, anche quando sei tra la gente. Probabilmente vuoi stare solo. Forse perché non sai socializzare, forse perché sei intollerante come dicono loro o forse perché non ci riesci.

− Se ne sei certa tu, lungi da me dal provare a dissuaderti o altro.

− Dai Firmato, è vero, da un bel po’ di tempo a questa parte sei diventato assente e del tutto apatico, vero Giovanni?

− Assolutamente sì. Vedi tutto in maniera negativa.

− Che dirvi ragazzi, forse avete ragione. Forse sarò sbagliato o fatto male, ma non credo che la soluzione sia vedere il lato positivo delle cose. C’è un gran fascino nel vedere il lato negativo. Serve.

− A cosa?

− A mettere tutto in prospettiva. Delinea e distingue. In fondo la vita non è né bella né semplice e saperlo ci aiuta ad affrontarla. Ma spesso è davvero difficile da sopportare.

− Mia madre dice sempre che la vita è la cosa più bella che ci sia.

− Ecco, appunto. Che dicevo.

− E tu come la staresti affrontando al momento − chiese Viola.

− Aspettando, non so cosa, ma al momento aspetto. Ho fatto prima e attendo adesso, tanto non ho altro da fare.

− Se hai tempo non dovresti aspettarne altro e dovresti guardare sempre avanti, mai indietro, almeno questa è la mia idea. Sarà positivista come idea, forse idealista, ma tendo a pensare che chi si ferma è perduto e non bisogna adagiarsi sugli allori. Gli allori non saranno come l’edera, ma se ti ci siedi su il culo ti pruderà comunque.

− È così − aggiunse Giovanni, − ti pruderà comunque il culo.

− Tu ne sai qualcosa, vero?

− Sei il solito sociopatico. Intendo dire che dovresti cogliere questo periodo per tornare in auge, rinsavire, risplendere, illuminarti, tornare a nuova luce.

− Mia madre dice sempre che il sole è la stella più luminosa del cielo.

− Certo che la tua mamma te ne dice di cose belle, eh Giorgetto?

− Già, già − chiarì, ingozzando il suo panino sotto lo sguardo attonito di suo padre, lasciandoci per un’istante ai nostri pensieri.

Concludemmo comunque il pranzo ognuno con le proprie idee. Era stata una bella giornata in fondo. Nuove conoscenze, arricchimenti personali e consigli non richiesti, che poi sono i migliori. Ermanno restò in giro, Giovanni accompagnò suo figlio a casa e Viola tornò alla sua galleria, aveva detto che avrebbe dipinto qualcosa dopo quel pranzo e mi piaceva pensare potesse essere Giorgio e sua mamma che discutevano di soli, vita e di altre cose che sinceramente non avremmo voluto sapere. Ma contenti loro.

In fondo è semplice questa vita. Viviamo e facciamo cose, o meglio, facciamo cose finché viviamo e nessuno è diverso dagli altri, perché tutti prima o poi si appoggiano a una speranza. Anche io, in questo momento sto registrando la mia vita su questa cassetta con nessuna aspettativa o ambizione, forse solo egoismo, nella speranza che qualcuno magari la trovi e si ricordi di me e delle cose buone o divertenti fatte, oltre che quelle banali e cattive che tutti conoscono. Poi spero anche non finisca il nastro, ma proverò ugualmente a finire in tempo. Quindi provate a fare, ma anche a sperare di tanto in tanto. Ora lo so, prima non lo sapevo, ma tanto meglio. E comunque, chi se ne fotte.

Fuori piove ed è una buona cosa, al momento è il solo rumore che mi fa piacere sentire. Domani proverò a raccontarvi qualcosa di più allegro, ma ogni tanto qualche riflessione devo lasciarvela. Quindi va bene così. Buonanotte.

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