Dove non si Tocca – parte 1/2

Mi ero perso, non c’era niente da fare. Affondavo letteralmente in un buio pesto, come in un pozzo del quale non si conosce la profondità e la sensazione di silenzio non lasciava trapelare niente. Forse era troppo tardi per pentirsi degli errori fatti, delle parole non dette, dei momenti perduti, ma forse anche facendolo, non avrei ottenuto nulla. Ed era così, mi ritrovavo solo tra tante persone a parlare con tutti e non essere ascoltato da nessuno. Condizioni del genere sono difficili da digerire e quando lo sconforto arriva, masticarlo e mandarlo giù non è meno semplice che fingere che non ci sia, specie quando il tempo passa inesorabile e i pensieri, con le proprie convinzioni, sono gli unici compagni che ti restano. Allora rimangono poche soluzioni possibili. Quindi o fingi che non sia successo nulla, ti chiudi nel tuo buio e invochi il silenzio affinché smetta di gridare tanto forte, così da poterti concentrare sul tuo infinito smarrirti, oppure decidi di collaborare e in qualche modo ti concedi la possibilità di ritrovare una strada che ti indichi l’unico modo possibile per tornare alla vita, di nuovo.

− Prego, si accomodi − dissi latentemente sorpreso, aprendo la porta e facendogli cenno di entrare, − è ancora un po’ tutto in disordine. Sa, non credevo fosse così puntuale.

− E perché non lo credevi? − chiese, sistemando il suo cappotto gocciolante sull’appendiabiti accanto alla porta, mentre insieme a quel confidente “tu” mi elargiva un sorriso.

− Beh, perché io non lo sono quasi mai e poi con questo tempo.

− Non perché tu non lo sia, vuol dire che non debba esserlo io, non ti pare. E poi un po’ di pioggia non ha mai fatto male a nessuno, credimi.

− Se lo dice lei. Beve qualcosa?

− Certo, ma prima mettiamo ordine e sediamoci, abbiamo da parlare giusto? − Senza aspettare una risposta si mosse verso una delle due poltrone sistemate nella stanza, si accomodò e cominciò a dividere i bicchieri sul tavolino, passando al vaglio le varie bottiglie.

Io rimasi a guardarlo per un po’ e poi presi posto anch’io sulla poltrona alla sua destra. Lui alzò gli occhi dalle bottiglie, dopo aver fatto la sua scelta, un rarissimo Balvenie Cask 191 e fece cenno di versarmene un bicchiere.

− Certo − risposi − è il mio preferito.

− Lo so.

Brindammo in silenzio e mandammo giù. Poi ci appoggiammo entrambi sulle nostre rispettive spalliere e rimanemmo a guardarci per un po’, sentendo il whisky riscaldarci la gola. Era strano trovarmelo davanti, in fondo era davvero da tanto che non lo vedevo e non dialogavo con lui e questo mio strano timore, che al tempo stesso m’incuriosiva, improvvisamente si dissipò quando fu lui a rompere il silenzio, con quell’espressione che tradiva una lucida chiarezza di pensiero.

− E se dicessi: tempo?

− Direi insufficiente.

− E diresti male − rispose di getto, quasi senza lasciarmi attenuanti, come se conoscesse già la mia risposta, − in fondo il tempo è solo il tempo. C’è e basta. Scorre, ad alcuni sembra veloce, ad altri lento, ma il suo scorrere è immutato, inesorabile.

− E ci cambia ogni cosa, anche quando non lo vorremmo.

− Assolutamente. Non è mica il tempo a cambiarci le cose. Siamo noi a farlo. Noi gestiamo il tempo, noi lo facciamo passare e noi lo fermiamo e siamo sempre noi a prendercene, se ne abbiamo bisogno.

Rimasi un po’ perplesso. Rimuginai un istante e prima di rispondere bevvi un altro sorso di Cask. − Prendercene dice? Ero piccolo − cominciai − credo dodici, tredici anni. Mio padre, molti anni prima, aveva costruito in giardino una porta da calcio, con delle travi e una vecchia rete da pesca del nonno. Lui non stava molto in casa e quando c’era, se non litigava con mia madre, si chiudeva nel suo studio a sbrigare cose personali o di lavoro. Lo amavo e lui amava me e il poco tempo che passavamo assieme era prezioso. Usammo quella porta mezza dozzina di volte e sempre a tempo perso e ricordo nitidamente che un giorno mi chiese di giocare con lui in giardino. Fu lui a chiedermelo, non io, lui. Io avevo la testa altrove, ero troppo occupato per giocare e gli dissi che odiavo il calcio e preferivo di gran lunga il Basket. Così rimasi in camera mia e non scesi nemmeno per cena. Il giorno dopo non tornò a casa dopo il lavoro e alle due di mattina la polizia ci informò che era accidentalmente rimasto coinvolto in una rapina al centro commerciale. I due rapinatori avevano aperto il fuoco contro le guardie e lui era rimasto coinvolto. Era morto poco dopo in ambulanza. Gli oggetti personali che ci recapitarono furono la sua ventiquattro ore e una busta con dentro un canestro, di quelli che si fissano al muro e un pallone da basket. − Diedi un sorso al mio whisky, − sostiene ancora che dipenda tutto da noi quindi?

− Assolutamente − rispose con la stessa sicurezza di prima.

− Anche quando ciò che accade è fuori dal nostro controllo?

− In quel caso non si parla più di tempo, ma di volontà.

− E che volontà avrebbe avuto mio padre nel morire dissanguato all’intero di un’ambulanza?

− La volontà della scelta. Qualsiasi essa sia, che dipenda da noi o da altri, la chiave è sempre quella, la scelta. E va rispettata.

− Non mi sta convincendo, lo sa.

− Non voglio farlo, solo non puoi negare che ogni cosa che accade nella vita di ognuno di noi è sempre questione di scelta. Nostra o di altri, ma comunque tale resta. Indubbiamente viene fatta e porterà delle conseguenze, piacevoli o spiacevoli che siano. E anche se in fondo pensi che avresti dovuto giocare con tuo padre e ti attribuisci parte della colpa, se non tutta, ti stai sbagliando. Gli incidenti accadono e non è né il tempo a essere insufficiente, come dici, né noi a potergli impedire di rallentare. Una scelta resta una scelta e il tempo resta il tempo. Se la colpa dovesse essere di qualcuno, allora dovresti prendertela con il primo essere senziente che ha deciso qualsiasi cosa abbia deciso in quel lontano momento della sua evoluzione, chissà quanti miliardi di anni fa. O se sei credente con Dio, ma non lo sei, quindi sarei propenso per l’essere senziente. Ovviamente questo non toglie che i ladri abbiano compiuto una scelta in quel momento e tuo padre ci si trovava in mezzo. Ma come detto, una scelta, altro non è che l’evoluzione di una scelta precedente, anche involontaria. Io questa la chiamo vita.

− Quindi è tutto concatenato − constatai, − sembra quasi che sia quindi tutto già scritto, anche se analizzando a fondo, ogni singola scelta può cambiare il corso di qualsiasi evento più o meno legato a noi. Viene facile dedurre che, anche restando immobili, fermi, senza scegliere, si sta compiendo una scelta.

Per la terza volta in pochi minuti, sempre sorridendo senza battere ciglio, rispose allo stesso modo − assolutamente.

− La pensiamo in maniera differente comunque − dissi − accetto le sue spiegazioni da psico-filo-veda-lei, ma non le condivido e do al tempo il ruolo che credo abbia e alle scelte lo stesso. Se io adesso le sparassi, sarebbe mia la scelta di farlo, non di colui che ha costruito l’arma.

Rimase a guardarmi in silenzio e il suo sguardo compiaciuto rivelava più di quello che credo volesse far trapelare. Io ricambiai per tutto il tempo e frenai la voglia di ribadire meglio il mio punto di vista. Poi parlò.

− Come sta tua moglie?

− Sta bene − risposi, un po’ spiazzato dalla domanda − dovrebbe rientrare più tardi.

− Prosegue tutto come hai sempre voluto?

− Sì, più o meno. Lei è sempre presente e quando non riesco a scrivere o non mi viene nulla in mente, non mi pressa e sa starmi accanto. Sa, divento intrattabile e dopo quindici giorni di nulla assoluto, meglio non girarmi intorno.

− So come sei − rispose − ero anch’io come te, poi ho capito che se le cose devono arrivare lo fanno da sole. Più stai li a spremerti il cervello, meno cose decenti ne usciranno fuori.

− Probabilmente è così, ma non posso stare molto senza scrivere, ci vivo così. È il mio lavoro, la mia vita.

− Sono sicuro che sia così. − Concluse, posando il bicchiere vuoto sul tavolo e girando lo sguardo per la stanza, dandomi la netta impressione che stesse offrendomi il tempo di riflettere sulle mie parole e sulle basi che le supportavano.

Mentre lo fissavo squadrare la stanza percepivo in lui qualcosa di strano. Mi sentivo a disagio e m’infastidiva dover mettere involontariamente in dubbio le affermazioni fatte un istante prima, come se sapessi di avere comunque torto e che le cose importanti, quelle davvero essenziali, le conoscesse soltanto lui. Poi improvvisamente percepii qualcosa sulla pelle, che andava dalla base del collo fino ai piedi. Un brivido. La mia mano destra era poggiata sul bracciolo della poltrona ed era come se qualcosa si fosse poggiata su di essa. Allontanai quella sensazione strofinandola con l’altra mano e tornai con gli occhi sul mio interlocutore che adesso mi fissava, in procinto di aprire ancora bocca.

− Senti freddo?

− Sì, un po’ − risposi − forse è meglio berci ancora su.

− Non potrei essere più d’accordo − disse, sporgendosi e versando altro denso whisky nei bicchieri − l’ami ancora?

− Mia moglie?

− Chi altro.

− Sì che l’amo. Perché non dovrei?

− Oh, dovresti certamente − disse, girando la testa come se il contrario fosse una cosa impensabile, − è solo che da quello che ricordo stavi per lasciarla.

− È stato molto tempo fa, prima di Adam, prima del libro, prima di molte cose. Adesso è tutto diverso. Non la lascerei per niente al mondo.

− Niente al mondo? − chiese, chiudendo le palpebre con aria interrogativa e rivelando le stesse zampe di gallina che odiavo notare anch’io nello specchio del bagno, tutte le volte che mi guardavo appena alzato.

− Precisamente − replicai deciso − per niente al mondo. − Annuì silenziosamente, forse ero riuscito a convincerlo in qualcosa questa volta, ma non ne ero tanto sicuro. Poi non riuscii a resistere. − Ha sempre avuto quelle rughe agli angoli degli occhi? Quando li stringe intendo.

− Da che ne ho memoria, sì. Perché me lo chiedi?

− Perché le ho anch’io.

− Me ne compiaccio − rispose sorridendo amabilmente e mettendole di nuovo in mostra, − lo chiedi solo per questo?

− Lo chiedo perché io non le sopporto, mi fanno sentire inadeguato, strano. In un certo qual modo, brutto.

− Io le adoro invece. Mi ricordano che la mia espressione è unica, solo mia.

− Ed è brutta.

− È come voglio che io sia.

− Ah, non mi convince sa − replicai − se una cosa è brutta è brutta, punto e basta. Come se una cosa è bella è bella. Semplice. Oggettivamente quelle rughe sono brutte.

− Come sempre, sei in errore − disse con una disarmante e sottile tranquillità. Non serviva che aggiungesse delle motivazioni, bastava solo quel modo di articolare quella semplice frase, per convincermi che era lui ad avere ragione. − Prendi l’arte. Ti piace l’arte?

− Sì, come tutti.

− Ottimo. Conosci “La pietà” di Michelangelo?

− Certo che la conosco ed è meravigliosa.

− E se ti dicessi che non mi piace mi prenderesti per uno che non ne capisce niente e non apprezza il “bello”, perché quell’opera oggettivamente lo è, giusto?

Ci pensai un attimo, poi senza neanche volerlo risposi − assolutamente.

− Capisco − disse, sporgendosi verso di me, − ma vedi, stabilire che una cosa, qualsiasi cosa, abbia un valore oggettivo è uno dei più grandi esempi di mancanza di rispetto che si possano perpetrare. Tralasciando il banale presupposto che se una cosa può essere gradevole per me non lo possa essere per qualcun altro, il semplice definire qualcosa in maniera oggettiva esclude a priori la possibilità di una replica, di un dissenso. Esclude il confronto, non con qualcun altro ma con il “proprio” punto di vista. Dire “io reputo la Pietà oggettivamente bella o le mie rughe oggettivamente brutte”, esclude a priori il semplice fatto che “tu stesso” possa mettere in discussione tale affermazione. E credimi, se non sei disposto a cambiare quelli che reputi i punti saldi del tuo modo di vedere le cose, quegli stessi punti ti renderanno cieco alle altre mille possibilità che ti si potrebbero presentare.

− Lei tende a volere sempre ragione, vero?

− Solo quando so di averla − rispose tranquillamente, riprendendo il bicchiere che prima aveva posato su di un ripiano accanto alla poltrona e dando una gustosa sorsata. − So che non la pensi così ma, come dicevo prima, dovresti cominciare ad accettare le cose che ti circondano. I pareri, i punti di vista e gli eventi che accadono e di conseguenza ti consiglierei di agire nel modo più appropriato.

− Chissà, forse ha ragione e forse ha completamente torto.

− Probabile, ma adesso si è fatto tardi e questa chiacchierata sarà meglio riprenderla più in là. Non so, magari domani?

− Certamente, la riprenderemo domani.

Vuotammo i bicchieri, con il cenno di un brindisi di congedo a distanza per l’ultimo sorso e ci alzammo. Lo aiutai a rimettersi il cappotto e gli aprii la porta.

− Buonanotte − dissi, − e dorma bene.

− Buonanotte anche a te − rispose, già fuori dalla porta − e riposa come chi non deve temere nulla. − Si girò e scomparve dietro l’angolo della prima rampa.

Richiusi il portone e rimasi un istante a fissare le due poltrone vuote. Presi il posto che prima occupava il mio interlocutore, mi distesi e chiusi gli occhi. Ripassai tutta la conversazione appena fatta e provai un senso di benessere, come non ne provavo da tempo. Rimasi lì, ad aspettare qualcosa, come se non sapessi quello che doveva succedere, eppure non aspettavo nulla e nessuno, tranne il ritorno di mia moglie. Mi addormentai e la sognai. Eravamo distesi in una spiaggia, lei stava accanto a me e guardava alcune barche a vela in lontananza. Poi sentii un’altra voce. Era mia madre e veniva fuori dal mare, vestita con un lungo abito rosso. S’inginocchiava dal mio lato, mi guardava fisso negli occhi e sorridendo mi carezzava i capelli. Poi, dopo avermi dato un bacio sulla fronte, mi diceva: “Buonanotte e riposa come chi non deve temere nulla”.

C’era qualcosa nei suoi occhi, come l’esigenza di parlarmi, di farmi “capire” qualcosa, ma inspiegabilmente si frenava. Intuivo che non me l’avrebbe detta.

(Fine parte prima)

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