Sblog! – Ieri, oggi e sto cazzo (VM14)

Buongiorno Iacolini,

come sapete sono stato lontano dalla tastiera per molto tempo e siete stati tantissimi a chiedermi di tornare a scrivere (in verità non me lo ha chiesto nessuno, ma mi andava di scriverlo per titillare il mio ego). Comunque eccomi di nuovo qui. Sono ancora oberato di lavoro, ma oggi ho deciso di lasciarmi andare e scrivere qualcosa, forse per dovere più che piacere, perché ho bisogno di “sbloggare” fuori qualcosa e (post scriptum dopo aver riletto) dato che la scrittura è l’unico modo con cui posso abbandonare i miei filtri ed essere libero da schemi morali e autocensure, altrimenti impazzirei, farlo con qualche parolaccia di troppo. Quindi a questo giro preparatevi al peggio.

Conoscendomi sapete già che sono fin troppo prolisso e rompipalle, specie nelle introduzioni ai temi trattati, ma se mi dilungo tanto è solo per rendere meglio l’idea e lo stare spiegando la spiegazione avrà già stancato qualcuno, che ha appena chiuso e non sta più leggendo. Ecco, tu che hai staccato e ti stai dedicando alle tue dilettevoli pratiche da segaiolo, invece di elevarti con le mie dissertazioni, ti auguro di morire male. Agli altri consiglio di rileggere più volte, in modo lento, alcuni passaggi, non perché vi creda degli stupidi che non riuscirebbero a comprendere tutto alla prima lettura, ma perché vi credo degli stupidi che non riuscirebbero a comprendere tutto neanche alla quarta.

Scherzo, non ve la prendete. No, prendetevela pure, tanto che me ne fotte.

Smettendo di divagare, in questo periodo stanno succedendo un milione di cose e io le potrei trattare tutte e so che lo vorreste, ingordi pettegoli. Potrei parlare dello sfavillante clima di guerra che si respira, con Donald Trump che gioca a chi ce l’ha più grosso col mondo; dei Koala che vanno a fuoco in Australia; di quelli che negano che i Koala vadano a fuoco perché l’Australia non esiste; del principe Harry che smette di essere “Reale” perché giustamente vuole fare sesso con sua moglie senza che sua nonna origli dalla porta, pensando a un brivido percepito l’ultima volta nel lontano 1830; di “lega-Salvini” (parola composta che è un invito alla gente a legare Salvini con una corda in una stanza al buio e girare il terzo “Hostel”) che come Trump gioca a chi ce l’ha più grosso, ma nel suo caso è palese a tutti che ce l’abbia davvero piccolo e nel caso mi riferisco al cazzo, perché il cervello credo non lo abbia proprio; ma… non farò nulla di tutto questo, perché parlerò di una cosa che mi sta molto più a cuore e che mi mastica la carne in presa diretta: la mia vita e me (e per me intendo anche quelli della mia generazione).

Adesso si che avete davvero chiuso pensando “ancora la tua generazione, basta”. Mi spiace per voi perché adesso abbandonerò per quel che posso la mia ironia e cercherò di essere serio, facendo un quadro chiaro della situazione e proverò anche ad essere breve, così potrete tornare a gingillarvi su Netflix, branco di parassiti. Alla fine qualcuno mi taccerà come filosofo da strapazzo (il che non è vero perché so di filosofia quanto un cattolico ne sa di libertarismo) o come aforista (il che è possibile, ma se avete letto anche un solo libro di Fabio Volo, Francesco Sole, Alessandro D’Avenia o Paolo Giordano, non potete rompermi il cazzo). − Credo inserirò nel titolo un bel VM14 −.

È fin troppo evidente che siamo la generazione peggiore, la più sfortunata e incapace al medesimo tempo, bistrattata e sottovalutata di tutta la storia dell’umanità. Ieri, senza andare troppo lontano, mio nonno e mio padre, in modi diversi, hanno costruito e definito il loro futuro e la loro vita nei primi trent’anni, io (noi) oggi a trentasei devo farmi un culo come una portaerei per riuscire ad ottenere quello che hanno conquistato loro e devo farlo, nel mio caso, a chilometri di distanza, in un luogo che non è il mio, lontano da chi amo.

A questo punto alcuni penseranno “è dove sta il problema, hai uno stipendio, sei lontano dai doveri che ti vorresti autoimporre, fai quello che ti pare. Che so, ubriacati, drogati, concedi le tue primizie a donne di facili costumi, fai la bella vita, chi lo verrebbe a sapere?”. A questi rispondo che, ahimè le mie priorità sono cambiate da un bel pezzo e ciò a cui prima era impensabile rinunciare, adesso è diventato essenziale come a Mumbai una paletta per raccogliere la merda del mio cane. Quindi tiriamo un po’ le somme e diamo pane al pane e vino al vino, per la gioia di Gesù e dei dodici affamati commensali.

È vero che erano altri tempi, ma non è una giustificazione e nemmeno un’accusa. Non accuso i miei (vostri) per essere vissuti in tempi più semplici ma con la voglia di spezzarsi ugualmente la schiena e non accuso me (noi) per vivere in tempi impossibili e volere tutto subito. Parlo un po’ in generale, perché il primo io ne faccio di sacrifici e davvero tanti, ma parlo di sacrifici morali, pratici, fisici addirittura e senz’altro funzionali. Mi spiegherò meglio tra un po’.

Mio padre ebbe me a ventisette anni e già guadagnava più di quanto guadagni io oggi o guadagnerò in futuro, che a trentasei non so se e quando riuscirò ad avere un posto fisso o un figlio, né dove. Ma non è neanche questo il punto, perché tutto è cambiato, lo sappiamo bene e ci sta. Il punto è la vita. Cos’è la vita? Senza scomodare la Treccani, i poeti o i grandi filosofi e pensatori di ognitempo, la vita è ciò che facciamo. E noi che cazzo stiamo facendo?

Ognuno di noi dovrebbe chiederselo. Ognuno di noi dovrebbe essere disposto a mettere in gioco tutto per avere ciò che lo fa stare davvero bene. Tranne chi ha il gran culo di trovare il lavoro che vuole, dove vuole e stare con chi vuole, come vuole, fosse anche per meriti non suoi, la maggior parte della mia generazione deve conquistarsi questa vita evitando gli impedimenti come Berlusconi la Clamidia (o la Clamidia evitare Berlusconi). E molti troveranno la propria stabile e confortevole condizione quando saranno troppo grandi per godersela davvero o forse, ancora peggio, quando sarà troppo tardi finanche per cominciare.

Questo avviene perché spesso siamo avidi e crediamo che un sacrificio possa portare più di quello che abbiamo. Cerchiamo il meglio per noi senza neanche chiederci se quello che abbiamo già non basti a essere felici. Vogliamo il lavoro migliore, lo stipendio migliore, la casa migliore, il tutto migliore, siamo disposti a tutti i sacrifici del mondo per ottenerlo, il tempo intanto corre come se avesse dietro i padroni con le fruste e non ci soddisfa ugualmente mai. Attenzione, non parlo di accontentarsi, quello sarebbe sbagliato, non è vero che chi si accontenta gode; chi si accontenta muore di voglia. Dico che forse, questa generazione di invalidi di speranze, dovrebbe crearsele le speranze, senza pretendere di avere tutto, solo perché oggi, semplicemente, è troppo difficile averlo. E non dico di non lottare, non fraintendetemi, ma non si può morire per qualcosa che non ci serve veramente. E ognuno di noi, in fondo a se stesso, questo lo sa già, come la Clamidia con Berlusconi.

Ho incontrato persone infelici, che si mostrano felici, solo perché nella loro testa credono che quello sia il meglio che possano avere o il massimo che possano fare per raggiungere quel loro stato. Conosco persone che hanno aspettato anni per ottenere quello specifico stato socio-economico, che gli permettesse di cominciare a vivere per come davvero volevano e rimandare costantemente al domani. Ma rimandare cosa? La propria vita? Non è mica un pacco di Amazon, la vita, che se arriva rotto ce lo cambiano. Non c’è scontrino rimborsabile o detraibile. Non bisogna rimandare. Questo non dovrebbe accadere. Ieri si poteva scegliere, oggi scegliamo di accontentarci. Viviamo una vita a fare sacrifici per ottenere qualcosa e ci lamentiamo costantemente. Non è vivere male, è sopravvivere bene. Ma io non voglio sopravvivere né bene né male. Io voglio vivere, come cantano i Nomadi.

So che c’è chi è costretto dagli eventi o dalla propria ambizione, lo comprendo, lo rispetto e lo accetto. Ma chi ha anche una sola possibilità, una piccola speranza di essere ciò che vuole essere, se lo deve. Spero di essermi spiegato, nutro qualche dubbio in merito e probabilmente questo discorso vale solo per me e i pochi rimasti a leggere staranno pensando “ma che diavolo vuole, non c’ho capito niente, chissà se stanno già dando la replica del Grande Fratello Vip su Mediaset premium”. Certo è che io non voglio passare la mia vita a rincorrere qualcosa che, quando l’avrò presa, il tempo per godermela sarà nettamente inferiore al tempo impiegato per averla ottenuta. Non voglio di certo essere come un qualsiasi Coyote che insegue il suo Road Runner e si ritrova sempre col culo per aria, lo stomaco vuoto e un masso che gli sta per cadere sulla testa.

Non è vita quella vita vissuta vivendo una vita che non vuoi. È sbagliato, impossibile e ingiusto. Quindi smettiamo di essere ciò che vorremmo essere e cominciamo ad essere quello che siamo già.

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