Cap. 3 – “C come Casio”

(Giorno tre)

Sono quasi certo che la maggior parte di voi, di voi uomini intendo, non ha mai provato a bere del latte materno. È il sogno recondito di moltissime persone. In fondo non è questione di perversione, come moltissimi pensano, ma di piacere. Poi se una cosa la vuoi fare, la fai e basta. Io, nel periodo in cui facevo uso di latte materno, ero solito allungarlo con del Chivas. Questa particolarissima abitudine me la fece prendere un mio carissimo amico milanese che, date le condizioni attuali, ho completamente perso di vista. Vi racconto questo perché stamattina mi sono svegliato e il latte era finito. Capite, io senza latte non riesco a mettere due parole in croce, figuriamoci ricordare e mi è tornata in mente quella nostra pratica comune.

Comunque, il suo nome era Pier Crescenzo Vespucci, ma tutti noi lo chiamavamo Pucci, per abbreviare. Inizialmente non era d’accordo e ogni volta faceva finta di non sentirci, dopo un po’ neanche lui ci fece più caso. Lo conobbi al fintissimo matrimonio del mio psicologo e amico Giovanni Pelitti, che riunì i suoi migliori amici in un unico tavolo. Fintissimo perché sapevamo benissimo della sua omosessualità, ma per motivi che magari vi racconterò più avanti decise di volerla omettere al mondo, fino a tirare su quella pantomima con una delle più stupide donne mai incontrate in vita mia. L’unico suo pregio, per grazia divina, erano proprio le tette. Ora non so quelli che ascolteranno le mie registrazioni che esperienza hanno avuto con le tette, ma sono sicuro che se è stata maturata un decimo di quanto abbiamo fatto Giovanni, Pucci ed io, sapranno di cosa sto parlando.

− Ma io mi chiedo, ma cosa mai ci farà Giovanni con tutte quelle tette. Proprio a lui che piace l’uccello. − Ecco come esordì Pucci durante il primo brindisi della cerimonia, sporgendosi dalla sua sedia e parlandomi delicatamente all’orecchio.

− Credo che un modo lo troverà.

− Dovrà trovarne molti più di uno, a mio parere.

− Comunque, non ci conosciamo − gli dissi presentandomi − Firmato Rivero, molto piacere.

− Pier Crescenzo Vespucci, ma chiamami pure Pier.

Non lo chiamai mai Pier, forse solo quella sera. Già dal nome avrei dovuto intuire che non era una persona normale. Non che il resto di noi lo fosse e di certo non lo sarebbe mai stato, ma lui aveva quel modo di fare che lo contraddistingueva. No, scusate, era lui che contraddistingueva il suo modo di fare. La sua testa, quello che frullandogli dentro continuamente la mandava avanti era il motore imperante di ogni sua azione. Fosse anche pulirsi in bagno, lui lo faceva con un suo particolare modo, indefinibile. Non era stile, non era nemmeno classe, era qualcosa al quale nessuno di noi è mai riuscito a dare un nome. Eppure era sotto gli occhi di tutti.

Quando stavano per portare la seconda portata dei secondi, vidi disegnarsi nel suo volto una smorfia simile al tedio.

− Cosa ti succede − chiesi − non ti piace?

− No, è tutto più o meno commestibile − rispose lui, girando la testa intorno a se.

− Allora cos’hai?

− Firmato − mi chiese, − ma tu lo vedi per caso?

− Cosa?

− L’imprevisto. In questo tavolo non c’è l’imprevisto e due come noi non possono restare seduti a mangiare. Cosa mangiamo a fare. Che senso ha nutrirsi in questo caso. Bisogna sempre cercare l’imprevisto. Andiamo.

Uscimmo fuori a fumare e mi raccontò del suo lavoro. Faceva il rappresentante pubblicitario per le aziende e vendeva i loro prodotti in base a una mirata e personalissima campagna pubblicitaria. Era uno squalo. Sarebbe stato capace di vendere tonnellate di sabbia ai Berberi Sahariani e in cambio farsi dare il doppio del corrispettivo in peso di acqua. Chi pensate sia stato a curare l’immagine della mia azienda? Pucci. E chi ha gestito la sponsorizzazione dei miei prodotti? Sempre Pucci. Insomma, non c’era da meravigliarsi se quell’uomo camminava a cinquanta centimetri da terra.

− Sai come si sono conosciuti Giovanni e Priscilla − mi domandò, − grazie a Ornella Vanoni.

− Nientepopodimeno.

− Già. Ricordi il suo 45 giri del ’70 e la canzone “L’appuntamento”, che ha spopolato. Due anni fa Giovanni era con questo tizio in un locale in centro, uno che frequentava di nascosto e lo doveva mollare, per ovvi motivi. Quando questo scappa via in lacrime, la nostra bella e ignara sposa che fa, tutta sola riesuma L’appuntamento al Jukebox e Giovanni, così d’improvviso, si illumina, balla con lei e sotterra per quel poco di palle che gli erano rimaste sotto una montagna di becero occultamento.

− E lo vogliamo condannare per questo?

− No, ci sta già pensando da solo.

A queste parole uno schianto di ragazza si avvicinò a noi.

− Avete da accendere − chiese.

− Certamente − dissi io. Era la nipote di parenti vari di Priscilla, 25 anni, lunghi capelli neri e un viso che sembrava un una creazione di Renoir.

In un istante Pucci la fece accendere e le diede un’occhiata che chi non voleva capire non capiva. Lei capì.

− Molto bello il tuo orologio − disse lei, − è un Omega?

− Casio − rispose, − questo modello uscirà l’anno prossimo.

− Come fai ad avere un modello dell’83, se siamo nell’82?

− Sono un tipo fortunato.

Tornati al tavolo la cercò con lo sguardo e cominciò a parlarle, con gli occhi. Era fatta.

− È carina − gli dissi io, notando quegli sguardi e il suo silenzio.

− È più che carina, è una venticinquenne. E sai cosa succede quando una ragazza di venticinque anni incontra un uomo di quarantotto?

− Immagino di saperlo.

− E t’invidio. Io non lo so e vado a scoprirlo. Ti ricordi di cosa parlavamo prima?

− Dell’imprevisto − risposi sorridendo.

− Ecco bravo, ridi ridi. Hai il mio numero, sentiamoci.

Detto questo si alzò e scomparvero entrambi alla vista e dalla festa. Giorni dopo lo contattai, uscimmo insieme e mi raccontò di quanto quella donna fosse fantastica. Al momento non mi resi conto di quanto fosse preso, anche per come mi aveva parlato della storia del latte al matrimonio e poi per il suo modo di vedere e vivere la vita, mi sembrava più un tipo lontano da sentimenti effimeri e diciamola tutta, sdolcinati. Mi sbagliavo, conoscendolo meglio nel tempo mi resi conto di quel suo lato nascosto o meglio, volontariamente omesso. Pier Crescenzo Vespucci era davvero un romantico. Uno di quelli che non piegano testa, cuore e volontà a nessuno, ma nel momento in cui il loro stomaco si contorce, cosa che avviene una manciata di volte nella vita, trasformano il loro cinismo nel motore più trainante che possa esistere.

Fu d’esempio quella sua relazione, mi riportò coi piedi per terra in un periodo turbolento della mia vita e cominciò a farmi pensare a determinate cose da fare e da dire. In seguito il suo modo di essere mi aiutò a superare situazioni piuttosto difficili, anche se non è semplice riuscirci, perché il più delle volte ci si ritrova sempre soli a pensare e se alcune cose non scappano via da sé, bisogna cacciarle via a forza, altrimenti si corre il rischio che possano prendere il sopravvento, attecchire e succhiarti via la vita.

Detto questo mi viene da pensare a Giovanni e Priscilla che ballano soli in pista sulle note della loro canzone. Lui psicologo gay, lei commercialista con serissimi problemi cerebrali. Entrambi che tentano invano di omettere le loro più grandi debolezze. E Pucci al mio fianco che, vedendoli ballare e strusciarsi come due che ci credono davvero, esclama tra se e se “che schifo”. Al secondo bicchiere di vino se ne uscì con una teoria che ancora mi fa morire da ridere. Scusate, vado a spegnere la luce, non posso tenerla accesa troppo a lungo altrimenti il generatore si stacca ed io non esco a riattaccarlo.

Dicevamo, se ne uscì con una delle sue frasi bomba che nessuno si aspetta. Li vedeva volteggiare felici solo per comparsa, almeno lui, e pensò che prima o poi Giovanni, volente o nolente che fosse, avrebbe dovuto farle uscire qualcosa da quella sua pancia.

− Le donne sono un astuccio.

− Cosa − gli chiesi, cercando di non strozzarmi col vino.

− Guardala bene. Tenderà sempre a conservarsi qualcosa dentro, ricordi di un passato cattivo, rancore verso di lui quando capirà, un figlio, forse più di uno, segreti inconfessabili, il suo pisello, il suo seme e tutto l’astio del mondo. Ecco tutto, sono degli astucci.

− Perché non dei portagioie?

− Le cose che ho detto ti sembrano gioie? Un figlio oggi ti sembra una gioia? E Giovanni, guardalo come balla, ti sembra una gioia?

− A dire il vero, no − risposi.

− Ecco − concluse girandosi, − degli astucci.

Dopo queste parole s’innamorò. Ecco il nostro Pucci, cinismo e sentimento. Un mix micidiale se non sai mandarlo giù con stile e soprattutto se non hai lo stomaco forte per reggere ritmi simili. Al diavolo tutti i blandi sostenitori del politicamente corretto, a lui non fregava un cazzo. Vedere tutto con occhi aperti era la cosa migliore del mondo ed essere spietati a volte serve, come serve perdersi dentro qualcuno e magari rimetterci pure. E ogni volta che ci rimetteva era una dannata Araba Fenice. Rinasceva sempre, più forte e convinto di prima.

Fu grazie a lui che nei dieci anni che seguirono, prima che la legge m’imponesse di cessare la mia lucrosa attività, feci quelli che Pucci definiva “soldi a palate”. La sua campagna fu spietata e la percentuale che si prese davvero ridicola. Diceva “tu mi paghi con qualcosa che nessuno può darmi. Daresti il culo per la nostra amicizia e questo mi basta”. Nel 2020 si trasferì a New York. Che ci andava a fare a ottantasei anni in America lo sapeva solo lui, ma Pucci era fatto così. Se aveva un obiettivo, lo perseguiva.

Un paio di anni dopo lo chiamai. Era da molto che non ci sentivamo, ma nulla poteva cambiare ormai.

− Come stai, Pucci.

− Tutto okay, stavo insegnando a mio nipote il valore del tempo.

Con quella frase poteva voler dire tutto o niente e quindi non volli indagare più di tanto. − Sei felice?

− No, ma a Milano me la sognavo questa vita.

− Tanto meglio allora.

− Lo sai com’è − aggiunse − se stai bene in un posto per troppo tempo, devi cambiare e questo era il momento di cambiare, per me.

− Basta che stai bene. Ti chiamo per una notizia spiacevole. Giovanni è morto. Ieri sera.

− Cazzo, mi spiace immensamente. Giovanni. Come?

− Mentre si faceva il bagno nella vasca è morto, così dal nulla.

− Una morte gay − precisò, − nel suo stile. Già fare il bagno e non la doccia mi sa di gay, ma poi morirci pure. Almeno ha finito come ha cominciato. E Claudia?

− Che domande, è distrutta. − Claudia era la seconda moglie di Giovanni, dopo che Priscilla lo aveva scoperto a fare un lavoro non proprio da psicologo nel suo studio.

− Di Priscilla e loro figlio Giorgio, immagino nessuna notizia.

− No − risposi − neanche l’ombra.

− Ancora ricordo quando lo lasciò. Quella fu l’unica volta che il cervello di Priscilla diede il barlume di un segno di vita.

− Verrai al funerale?

− Vedi − disse − io vedo volti di gente che non significano niente per me. Qui come lì e farmi ore di volo, alla mia età, per ricordare da morto un grande amico che ricordo benissimo da vivo, non mi va proprio. Porta tu i miei saluti.

− Lo farò.

− Ti ricordi cos’eravate tu e Giovanni, vero? − mi disse prima di chiudere.

− No, Pucci, rinfresca la mia stanca memoria.

− Tu eri e credo che ancora lo sia, il mio contatto con il caos assoluto della vita. Perché hai sempre vissuto senza regole o con regole autoimposte. Mentre Giovanni mi teneva ancorato a una sorta di comoda e sobria stabilità.

− Yin e Yang − dissi.

− Precisamente. Ora che non c’è più, mi sa che devo iniziare a preoccuparmi davvero. Buona vita, amico mio.

Quando chiudemmo la telefonata, mi invase una forte sensazione di nostalgia. Ricordo che mi venne voglia di richiamarlo e chiedergli di più, ma era con suo nipote e gli stava spiegando Dio solo sa cosa. E poi non eravamo più i tipi da lunghe chiacchierate, preferivamo pensare, riflettere. La soglia dei novanta è un periodo strano. È un terreno che ti balla sotto i piedi, rendendoti instabile. Tutto ciò che fino a un secondo prima ti sembrava certo, smette di esserlo e devi per forza aggrapparti a qualcosa, qualcosa che sia più forte di ogni altra cosa.

Ricordo che da piccolo i nonni dei miei amici pregavano. Lo facevano tutti quanti. Si aggrappavano alla fede, certi e sicuri. Io penso a cosa ci aggrappavamo noi. Alla visione di una vita passata, bene o male, ma comunque passata. Chissà cosa pensava Pucci, nella sua veranda alla casa al mare, a bere Martini e leggere Kierkegaard. Chissà cosa pensa adesso, dopo tutto quello che è successo e sta succedendo, sempre che sia ancora vivo. Chissà cosa pensava Giovanni, eternamente imboscato dentro se stesso, dentro quella vasca, un attimo prima di chiuderla con i suoi segreti. E mi chiedo che cosa devo pensare io, alla mia età, qui, oggi e adesso.

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