21 Cap. 6 – “F come Frattura”

(Giorno sei)

Avete presente quelle belle serate quando sei in vacanza ed entri in un locale pieno di gente, belle donne ovunque e davanti a te, proprio in mezzo alla calca, si apre la pista che conduce al bancone del bar. Ecco, questa era l’atmosfera di quella sera. Mi girai da una parte, poi dall’altra e guardai tutte quelle belle donne, intente a muoversi sulla pista. L’apoteosi della sensualità. Mi sentivo Dio in terra. Dopo quel fugace sguardo mi voltai verso Ermanno Pietra, mio vecchio compagno di classe, nonché amico e gli dissi “c’è troppa figa qui, meglio che andiamo a bere qualcosa”. Avevo la situazione sotto controllo e svagare era quello che volevo. Era il 1972, mio figlio aveva compiuto cinque anni da una settimana ed io sentivo l’estremo bisogno di fuggire via per qualche giorno.

− Che cosa ti frulla per la testa?

− Ermà, mi conosci da quando avevamo quattordici anni.

− Aver fatto ragioneria con te non vuol dire che debba sapere cosa pensi.

− E questo è anche vero − risposi − ma fai due più due, no. Che ti sono serviti sennò cinque anni di superiori.

− Sei anni – mi corresse – al quinto sono stato bocciato, non ti ricordi?

− Ah, ecco, ora si spiega tutto.

− Quindi, me lo dici?

− Solo svagarmi, staccare un po’ da tutto.

− E per farlo dovevamo venire fino a Rimini e indossare sta roba?

Ermanno si riferiva allo spezzato con cravatta e gilet che gli avevo imposto di indossare. – È la regola, caro mio. Qui all’Embassy non si entra se non in giacca e cravatta. Che buttiamo via lo stile così? Figurati che non è riuscito a entrare neanche Gianni. Non indossava la cravatta e lo hanno bloccato all’ingresso.

− Gianni chi?

− Come “Gianni chi”, Agnelli.

− L’avvocato?

− Diavolo, Ermà, ma che hai stasera, quanti altri Gianni Agnelli conosci?

− Ma quando, adesso − chiese spingendosi sulle punte e cercando all’entrata.

− Non adesso, qualche tempo fa.

− E noi sì?

− Evidentemente noi sì. Ma basta parlare, beviamo e poi mi racconti di Lucia.

L’Embassy non era un locale per turisti, ma in quel periodo era strapieno di gente e i cantanti famosi si alternavano sul palco ogni sera. L’eleganza e lo sfarzo si mischiavano alla voglia di svago di giovani che cercavano di godersi la vita nelle estati romagnole. E noi eravamo lì. Certo sarei dovuto essere con mia moglie e mio figlio di cinque anni, ma uno come me doveva pur staccare dalla sua vita ogni tanto. L’allegra monotonia, i pranzi e le cene in famiglia, belli sì, ma dopo un po’ se non svaghi rischi seriamente di non farcela più. Non me ne ero pentito, se è quello che state pensando, ma ci stava e io ne avevo bisogno, facendo anche combaciare il tutto con la presenza di Ermanno, che aveva bisogno anche lui di distrarsi un po’.

− Quindi come va?

− Va che sono stanco, stressato. Il lavoro in banca mi massacra, non ho più un secondo da dedicare alla musica e in più ci vuole anche Lucia, con quel suo tono che odio quando ci si mette e poi attacca a parlare e non la smette più.

− Fammi indovinare, ti dice che ti lascia se non la sposi.

− Mi ha detto proprio così. “Senti Ermanno” − fece, scimmiottando la voce della sua ragazza, − “o mi sposi o ti lascio”.

− E Lucia è sempre stata una chiacchierona.

− Sì, ma non si può sentire più.

− E tu non l’ascoltare.

− Firmato aiutami, non so davvero che fare − disse, cercando una risposta che potesse illuminargli la via − dammi un consiglio.

− Ma io sono la persona più sbagliata alla quale chiedere.

− E perché mai, hai un figlio e sei sposato da quanto… sette anni ormai.

− Appunto per questo.

− Dai, par favore. Che ti devo pregare?

− Anche per quello non sono tanto buono.

− Firmato − continuò imperterrito − solo tu puoi aiutarmi in questa situazione.

− Ermanno caro, chiedere consiglio a un uomo sposato sul matrimonio è la cosa peggiore che si possa fare.

− E quindi?

− E quindi posso solo dirti che ogni storia è personale e solo tu sai come potrebbe andare. Io ti ho portato con me per farti svagare, mica per fare il consulente.

− Lo so, ma sono confuso. Ho paura del matrimonio.

− E meno male, è positivo. Vuol dire che non sei scemo.

− Sì, ma che faccio?

− Tu sai se vuoi stare con lei, quindi ora balla con qualche bella ragazza e se capisci che tra le braccia vorresti Lucia, ti sarai risposto da solo.

− Non è un po’ eccessivo come metodo?

− Per questo funziona, Ermanno mio.

Ballammo entrambi per una buona ora, pieni di Martini e qualche whisky. Poi decidemmo di abbandonare l’Embassy. La battaglia tra il Savioli e il Paradiso, altri famosissimi locali dell’epoca, la vinse quest’ultimo. Superammo la fontana a forma di piramide all’ingresso dell’Embassy e ci trovammo su corso Vespucci. La bella Rimini dei tempi andati. Non immaginate quanti sogni si sono infranti e quanti altri si sono avverati in quelle notti di giovani donne e giovani uomini.

Al Paradiso, Ermanno non faceva altro che notare il modo goffo che avevano di ballare i tedeschi e si domandò quanti danni avremmo fatto noi italiani a ballare e approcciare nelle notti d’oltralpe, poi si decise e con tutto l’alcol che gli si agitava nello stomaco, spinto anche un po’ da me, si lanciò nella mischia, prese una ragazza a caso e cominciarono a ballare. Io feci lo stesso, ma mi risedetti subito. Dieci minuti dopo era lì a convincere il fidanzato della giovane ragazza che non aveva cattive intenzioni e voleva soltanto mettersi alla prova per capire se sposarsi o meno. Mi alzai dal tavolo e lo andai a riprendere e chiarito l’equivoco tornammo a sederci.

− Già che c’eri potevi raccontargli la storia della tua vita.

− C’è voluto poco che non finisse a rissa.

− Mi ricordo che quando bevi diventi manesco, mi sorprende che non sia successo stasera − gli dissi.

− No, sto cambiando, non sono più quello di una volta.

− Quindi dimmi, cosa hai capito?

− Ho capito che non ho ancora capito.

− Sei stato chiarissimo, Ermà. Chiarissimo.

− E tu che ci fai seduto, pensavo volessi ballare − domandò.

− Vedi, sono operativo per un tempo limitato. La saturazione degli spazi comuni mi logora.

− Mi sa che è ora di andare, che dici?

− Mi sa di sì. Divertirsi sta diventando una faticaccia.

− Concordo − rispose − tu comunque sei riuscito a svagarti, a fare luce su quello che vuoi?

− Cosa ti fa pensare che non lo sapessi già − gli chiesi.

− Sai com’è, chiedere è segno di interesse.

− A volte per capire dobbiamo metterci alla prova e magari sbagliare.

− E tu hai capito? Sai cosa vuoi?

− Voglio tornare a casa.

Passammo l’indomani a mangiare pesce e poi decidemmo di tornare ai nostri affari, lui in banca ed io a lavoro. Che strano tipo Ermanno. È sempre stato strano. Fin dai tempi della scuola. Riflessivo, pacato e spesso eccessivo. Il classico tipo che non amava eccedere, tranne che in rarissime occasioni. Gli scontri e i diverbi finivano sempre con un “d’accordo ragazzi, non ci scaldiamo”. L’uomo della pace lo chiamavamo. Ermanno era il tipo che se ci provavi con la sua ragazza non ti alzava le mani, ti scriveva una lettera. Sposò Lucia un mese dopo. Stavamo cadendo tutti come mosche. Eravamo piccoli passerotti, appollaiati sui cavi della luce in pieno inverno e ogni tanto qualcuno si girava a penzolare a testa in giù e d’un tratto si mollava stecchito e BOOM, si schiantava contro il parabrezza delle auto che passavano sotto.

Quando rientrai, dopo quella vacanza, in casa albergava un silenzio tombale. Mi spaventai e cominciai a chiamare e cercare Eleonora e Bernardo, ma nessuna risposta. Quando aprii l’armadio lo trovai vuoto per metà, pieno solo dei miei vestiti. Qualcosa si era rotto, era evidente e chissà cosa avrei potuto fare per aggiustare le cose. Era successo così, d’improvviso. Vero c’erano state piccole discussioni, ma per Dio, chi non le ha. E adesso era andata via, portandosi dietro mio figlio. L’avrei chiamata, avremmo chiarito, avrei scoperto che cosa le era passato per testa. La solitudine fu la prima cosa che mi si manifestò di fronte, più della mancanza. Mi sedetti sul letto e ci rimasi per tutta la notte. Quello fu uno dei giorni più brutti della mia vita.

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