21 Cap. 10 – “L come Lap dance”

(Giorno 10)

− Quando le ragazze che da piccole tenevi in braccio, sono le stesse che adesso vorresti scoparti, quello è il chiaro segno che hai passato un confine assoluto, dal quale tornare indietro è impossibile.

− Sai che ho il tatuaggio di una vagina? − rispose Pucci, quasi senza ascoltare.

− E che c’entra adesso questo?

− Pensavo che il tuo fosse un segreto e per senso di empatia ho voluto confessartene uno mio.

− Sei proprio un amico − dissi, continuando a fissare il palco davanti ai miei occhi.

− Firmà, non ti va bene niente stasera. Ma che hai?

− Penso.

− Cosa?

− Cose.

− Cosa?

− Dove ce l’hai sto tatuaggio? − gli chiesi.

− Qui, tra l’ombelico e il cazzo. Come si chiama… la pancia. No, lo stomaco… no, no…

− Credo sia il pube.

− Ecco, sì − gridò, come chissà che avessi detto, − il pube, il pube.

Eravamo nel locale di una nostra amica, il Mille Virtù. Era carnevale e stavamo guardando l’esibizione di una ragazza che avevo riconosciuto e per intenderci, lo facevo solo perché indossavamo tutti una mascherina. Era il febbraio del 1991 e quella ragazza era nientemeno che la figlia della sorella di un mio amico, Salvatore Pedante. Lei mi chiamava zio, per farvi capire la gravità della cosa. 19 anni prima la tenevo in braccio al suo battesimo e ogni volta che ci vedevamo lei mi saltava addosso come se non aspettasse altro, forse per i regali che le facevo di continuo, e si puliva il naso sulla mia giacca. Ogni santa volta. Adesso al posto del naso si stava strusciando cosce e annessi su di un palo, al centro di un palco e almeno un centinaio di occhi se la stavano mangiando viva. Io ero uno dei cento.

− Certo che è proprio figa.

− Lo è − risposi a Pucci, − parecchio.

− Ma quando arriva Giovanni?

− Ma che te ne fotte?

− Ma come, siamo rimasti che veniva.

− Ma che ci viene a fare lui qui?

− Ah, guarda − rispose, facendo spallucce, − è stato lui a voler insistere, io proprio non saprei dirti.

Adesso lo spettacolo era finito e la bella Marinella, la nipote di Tore, era scomparsa dietro le quinte, lasciando almeno una quarantina di erezioni in corso. La mia era una di quelle. Probabilmente Giovanni Pelitti voleva venire a causa della sua smodata passione per il carnevale, passione che condividevo e che aspettavo. Ma era palese che quello non fosse posto per lui.

− Allora, giovanotti, lo spettacolo è di vostro gradimento?

A parlare era Vera Sardina, mia amica storica e proprietaria del Mille Virtù insieme ad Alfonso Brusìo, altro pezzo fondamentale della mia storia.

− Ehi, ciao amore − la salutai, − tutto bello come sempre. Tu, come va?

− Come sempre anch’io, se mi lamentassi sarei una che si lamenta e a me non piacciono quelli che si lamentano come me, quando decido di lamentarmi.

− Aspè − interruppe Pucci, − non c’ho capito niente.

− Va tutto bene. La mia vita prosegue alla perfezione.

− Meglio così − dissi, sorridendo alla sua falsa affermazione.

− Allora, Firmatucco, che mi racconti?

− Grane, amò. Sempre grane da risolvere. Si è alzato un polverone co sto fatto dell’amianto e non so mica come va a finire. Spero solo che Nanni mi dia una mano, altrimenti saranno cazzi.

− Troverai un rimedio, ne sono sicura. Lo trovi sempre. E poi c’è anche il caro vecchio Pucci a tenerti la mano.

− Più che la mano mi tiene la testa, il caro vecchio Pucci − specificai, sorridendole e indicando Pucci che si agitava perché bisognoso dei soliti imprevisti, − comunque, ti trovo bene. Hai finalmente risolto le cose che avevi da risolvere e sono contento per te, brava.

Vera aveva avuto problemi col suo locale. In realtà un posto come quello, in un paese come questo, era davvero impensabile da portare avanti, ma poi grazie ad Alfonso, era riuscita ad ottemperare a tutte le difficoltà che erano sorte. Il resto della sua vita era un misto di creatività e genio, che la sua rinomata discrezione era riuscita a celare più che egregiamente. Era come quelle spie che lavorano nell’ombra, ma che poi risolvono tutto per il meglio e ne giovano tutti, ma che non si prendono mai il merito. Ecco chi era Vera, una James Bond al femminile.

Alfonso era invece il contrario. Non nel senso che fosse il cattivo, assolutamente, anzi. Era forse l’uomo più buono che conoscessi. Si faceva letteralmente in quattro per riuscire a fare tutto ciò in cui credeva e che gli serviva e lo faceva divinamente. Non lo vedevi mai in giro, perché sempre impegnato a risolvere qualcosa o a parlare con qualcuno. E le uniche volte che riuscivamo a vederci era sempre di buon umore, probabilmente per celare lo stress che aveva accumulato fin lì.

Fu lui, nel lontano 1958, a insegnarmi quella che poi divenne la famosa mossa Brusìo. Mi ricordo che eravamo tutti nel locale di un suo zio, tutti un po’ brilli, capirete era estate, noi eravamo giovani e il sangue nelle vene ci bolliva letteralmente. Ci stavamo tutti interrogando, senza farci sentire dalle ragazze, su quale fosse la posizione sessuale più zozza e allo stesso tempo più particolare. Ovviamente i più se ne uscirono con banalità tipo “la pecora” o il più gettonato “69”.

− Ma scusate − intervenni nel trambusto generale, − interroghiamo le ragazze e vediamo che ne pensano.

− Ma sei pazzo, che ti devono dire loro. Ma poi che figura ci facciamo.

− Secondo me è il miglior modo che hai per portartene una a letto.

E lì, giù risate stupide. Erano tutte banalità. Goliardate estive da spacconi e neanche noi sembravamo dargli tanto retta. Poi, fummo tutti illuminati da Alfonso, che arrivò con una birra in mano e ci illustrò la via.

− Mi sa che voi non avete capito un cazzo − esordì, con il suo solito tono pacato e il suo sorrisetto cordiale.

− Cosa non avremmo capito?

− Non avete capito come si scopa. E per scopare non intendo, prendere una donna, fare ciò che ti va e tanti saluti, ma voglio dire possederla perché la donna è sacra e durante l’amore bisogna sempre farle toccare il paradiso con le dita. E per riuscirci basta usare tre semplicissimi fattori. Fattori che mi guardo bene dal comunicare a dei profani come voi.

Smise di parlare e noi zitti tutti. Aveva monopolizzato l’attenzione e stimolato la nostra curiosità.

− Dai, Alfò, ora parli − lo intimò Ermanno Pietra.

− No, ma che vi devo dire, no.

− E che fai, prima tiri la mano e poi nascondi il sasso, non è giusto.

− Ermanno, non è così − lo corressi, − è al contrario.

− Ah, prima nascondi il sasso e poi tiri la mano?

− Ermà, lascia stare.

− Vabbè, me ne sbatto del sasso e della mano, voglio sapere come si scopa. Voglio sapere qual è la tua posizione.

− Non offendiamo, Ermanno − disse Alfonso, − la mia non è una posizione, la mia è una mossa. E questa mossa non è da tutti.

− E noi la vogliamo sapere − s’impuntò Ermanno, alzando per la prima volta e con piena cognizione di causa, ma anche un po’ impercettibilmente, il pugno sinistro in alto, in senso di lotta comune, per un bene più grande.

− D’accordo, d’accordo. Ve la dirò. Avvicinatevi. − Ci stringemmo e lui cominciò. − Per prima cosa dovete ricordarvi i tre fattori fondamentali. Il primo, la resistenza fisica. Dovete avere una forza fisica sufficiente da sopportare un grande sforzo, al massimo potete compensare con una notevole stabilità. Ma è di gran lunga più difficile. − A queste parole Ermanno si tastò un bicipite per constatarne la solidità, ma la sua espressione non convinse nessuno. − Secondo, la coordinazione. Il movimento, per risultare efficace, deve essere fluido e costante. Terzo, l’idraulica. Se non mantenete una perfetta erezione, questo gioco non fa per voi.

− Spiegaci questa posizione, dai.

− È semplice, ragazzi. E per farlo ho bisogno di mostrarvelo. Vieni, Ermanno.

− Perché io?

− Perché sei il più magro e il più avido di conoscenza.

Ermanno si alzò e si mise davanti ad Alfonso.

− Seguitemi, adesso. Voi dovete stare in piedi e la vostra ragazza deve saltarvi addosso e circondarvi la vita con le gambe, tenendosi al vostro collo. Forza, Ermà, salta. − Ermanno saltò e per me, già quella scena poteva anche terminare lì. − Fin qui ci siete. Prendetele una gamba da sotto il ginocchio e portatela sulla vostra spalla, fatelo anche con la seconda gamba, così. − Ermanno non cadde solo perché Alfonso lo tenne. − Tieniti al collo, Ermà. Adesso la fate scivolare fino a entrarle dentro, così da poter avere una sorta di incastro che fa da perno mobile. Le gambe, magari, scivoleranno sulle vostre braccia, ma non ve ne curate, continuate a dondolarvi e lei vedrà gli angeli del cielo più vicini di chiunque altro. Se al limite le gambe non dovessero cadere e lei riuscisse a tenersi senza problemi, potete anche toccarle le tette, il che non guasta mai. Ecco la mossa Brusìo. Per i principianti, usate un muro di appoggio le prime volte, poi ci prenderete la mano. − Detto questo, scaricò Ermanno al suo posto e tornò alla sua birra. Alcuni di noi non riuscirono più a riprendersi dopo quell’esibizione.

Alfonso era in viaggio per chissà quale affare e Vera era rimasta a gestire il Mille Virtù.

− Ciao, zio − la voce era quella di Marinella e le braccia attorno al mio collo erano proprio come le ricordavo.

− Ciao, tesoro. − Aveva evitato tutti e si era lanciata addosso a me per salutarmi. Indossava una magliettina e una specie di veste da sera, cha a me sembrò una vestaglia, che faceva risaltare i suoi capezzoli. Si strusciò indecorosamente su di me, premendo contro la mia spalla da seduto e il petto quando mi alzai, i suoi abbondanti seni. Lo fece senza malizia, senza badarci, come quando era piccola. Il problema è che a cinque anni era una creatura innocente e smaliziata e ovviamente lo ero anche io, ora a diciannove era l’opposto dell’innocenza. − Come stai?

− Sto bene, zio. Sei venuto per il mio compleanno, vero?

− Ma certo.

− Fantastico − disse, con lo stesso tono di quando girava per i tavoli di casa sua, mentre io e sua madre parlavamo di quanto il mio matrimonio fosse stato disastroso, ma con un modo di baciarmi la guancia tutto nuovo. Non più da bambina, ma da donna fatta. − Allora vado a indossare qualcosa di sexy e tra dieci minuti stappiamo una bottiglia. Zia Vera, tu con noi ovviamente.

− Certo, piccola. Vai.

− Ma che piccola, ormai ho quasi vent’anni, non sono più piccola.

Scappò in camerino per prepararsi, lasciandoci tutti lì a guardare.

− Va a indossare qualcosa di sexy − specificò Pucci, − ha detto proprio così?

− Mi sa di sì.

− Firmato − mi chiamò Vera, che mi conosceva come le mie tasche, vedendo il mio sguardo posarsi sulla figura di Marinella che si allontanava tra la folla.

− Dimmi.

− Eh, dimmi. È cresciuta.

− È cresciuta bene − specificò Pucci, − non sapevo la conoscessi.

− La conosco da quando è una bambina. È la figlia di della sorella di Salvatore.

− Salvatore, chi?

− Pedante − risposi.

− Mai cognome fu più azzeccato. Comunque, no. Non ho un gran rapporto con lui, quindi non ricordo che avesse una sorella, figuriamoci una nipote.

− Ora lo sai.

Giovanni arrivò proprio in quel momento, con altre persone, tutto affannato. − Dobbiamo festeggiare Marinella, forza.

Ecco qual era il motivo della sua presenza lì. Sinceramente non ricordavo del suo compleanno e solo ora li collegavo, ricordando che si conoscessero. A volte le casualità sono sconvolgenti e ci sorprendono sempre. Infatti ero sorpreso. Sorpreso dalla coincidenza, dall’inatteso invito e dallo stranissimo desiderio di far scomparire tutti, chiudere le tende del privè con Marinella dentro e lasciare fuori tutta la mia pudicizia.

Vera aveva capito. Vera, intuiva sempre tutto di tutti, ma in quel caso le sue doti da 007 non c’entravano nulla, era tutto frutto di una conoscenza profonda che nessuno poteva capire e alla quale nessuno poteva arrivare. − Ti piace, vero?

− Ma chi?

− Amore, forza… Ti si legge in faccia.

− E che dovrei fare?

− Lo chiedi alla persona sbagliata.

− E te pareva. Mi sa che farò quello che faccio sempre.

− Allora fallo fuori dal mio locale, o almeno aspetta che vadano via tutti.

− Stai tranquilla − le risposi, − non ho più l’età.

− E da quando l’età è diventata un tuo problema?

− Da quando tra i pensieri ci passa la nipote del mio amico, nonché la figlia della mia ex, di trentasette anni più piccola. E poco importa che né suo zio né sua madre le parlino e non vogliano saperne più nulla, questo per via delle sue dubbie scelte. Lei resta sempre lei e loro restano sempre loro. Ti immagini se si venisse a sapere.

− E ora sono cazzi tuoi. Tienilo dentro i pantaloni e non ci pensare allora, oppure fai come credi, io non ti ho mai posto vincoli in nulla. Ma io ti amo, il mondo invece cerca sempre qualcuno su cui puntare il dito e di cui farsi i cazzi, quindi occhio. Ora andiamo che è ora, sta tornando ed è bellissima. Tanto per renderti più difficile la cosa.

− Grazie mille. Sei comunque sempre la mia fortuna − risposi. Le diedi un bacio e raggiungemmo Pucci e Giovanni che stavano chiacchierando.

La serata proseguì tranquilla, festeggiammo ed io cercai di mantenere un aplomb da vero gentiluomo. Lei era come impazzita e brindava con tutti, ma non si staccava da me. Non si aspettava di vedermi lì e credetemi quando dico che era veramente affezionata. Quando finimmo di festeggiare, cioè quasi due ore dopo, alcuni andarono via, Giovanni compreso. Io e Pucci, che conducevamo le nostre vite svincolati dalla realtà, dagli impegni e vivevamo nella mondanità più pura, restammo. Pucci si alzò per andare in bagno, poi irrequieto come sempre, si fermò tra il bar e il palco, a guardarsi intorno. Era la sua modalità da inizio serata. Cioè, la sua serata cominciava quando finiva quella delle persone che non erano come lui.

Io mi alzai e andai a bere qualcosa al bancone. Vera girava e ogni tanto mi sorrideva da lontano. Lei sapeva, intuiva perfettamente. Vera vedeva nel dannato futuro. Io non volevo neanche sbirciare. Insieme al mio whisky arrivò alle mie spalle anche la festeggiata. Si mise al mio fianco toccandomi e sentii la sua mano correre lungo le mie spalle, come la fresca carezza del vento sui rami di una stagionata quercia.

− Zio, tutto ok?

− Va sempre bene per quelli come me. Tu, invece, sei contenta?

− Da morire. Sono contentissima che ci sei tu. − Non rideva comunque più. La sua espressione ora era divertita, ma allo stesso tempo distesa e il suo tono fermo e caldo.

− Sono contento io di averti visto.

− Anche di avermi guardata direi, e aggiungerei guardata per bene.

− Balli molto bene e poi sei molto bella, come non guardarti.

− Quello non è proprio ballare, zio − mi corresse, − quello che faccio è eccitare. Dare alle persone quel brivido che difficilmente trovano tra le mura di casa. Tu non hai provato quel brivido? Non ti ho fatto provare quel brivido, zio?

Annuii distrattamente e rimasi zitto. Che altro potevo fare. Mi capirete se non riuscii a dire nulla. C’erano mille cose che mi passavano per testa. Pensai a suo zio, a sua madre, che per la cronaca era l’opposto di lei in tutto. Guardavo il mio bicchiere e le bottiglie multicolore davanti a me, in preda a pensieri che solo a dirveli mi sento male.

Poi lei continuò a parlare avvicinandosi ancora di più alla mia faccia, con quelle sue belle labbra rosse e morbide. − Mi piacerebbe ballare solo per te, sai. Ballavo anche da piccola per te, ricordi? Certo erano movimenti innocenti, ma adesso non lo sono più. Adesso sono cosciente di quello che faccio e di quello che voglio. E non devo dare retta a nessuno. Sono una donna e ho tutte le cose giuste, al posto giusto. E mi piacerebbe farti vedere, a parte ballare, tutte le altre cose che so fare bene.

− Marinella, forse…

− Zio, senti − disse con una finta aria stanca, mentre stringeva con la sua delicata mano, l’indice della mia che teneva il bicchiere ancora pieno, − sono un po’ stanca, non è che mi accompagneresti a casa? Non mi va di chiederlo alla mia amica Ilaria, né a nessun altro. Che dici?

Il ragionamento da fare era semplice. E lo era anche l’azione che ne sarebbe seguita. Un secco no. Un bacio sulla fronte per riportarla con i piedi sulla terra. La carezza di un uomo, a quella che poteva essere sua figlia e il ritorno solitario a una vita di continui e altalenanti scossoni.

− D’accordo − dissi, − va a prendere le tue cose che andiamo da te.

Lei si alzò, mi diede un bacio sulle labbra, un misto di innocenza, incoscienza e perversione e scappò di corsa a sistemarsi.

Pucci aveva visto, Vera aveva visto ed entrambi erano rimasti al loro posto. Così rimasi a sguazzare nella mia inutile attesa, con un misto di eccitazione e paura mai provata.

− Firmato Rivero − mi sentii chiamare.

− Non ci credo, Zina Laurenti. Ma che ci fai qui?

− Quello che ci fai tu, bevo, rimorchio e passo tempo.

− E fai bene.

− Lo sai che potresti essere suo nonno?

− Esagerata, come sempre.

Zina Laurenti era una vecchia amica che non vedevo da tempo. Una bellissima e intelligentissima professoressa di Ingegneria Edile all’Università di Bergamo. La conobbi molti anni prima, agli inizi degli anni settanta, precisamente in un Karaoke o in quello che si poteva definire uno dei primi tentativi di Karaoke. Mi era piaciuta fin da subito, ma era un periodo troppo turbolento per lanciarmi come avrei voluto. − Comunque io non rimorchio più nessuno, per intenderci. Lo sai, sono arrivato ad un’età in cui ho bisogno dei miei tempi e delle mie comodità e poi lascio che siano gli altri a fare le prime mosse, io non mi espongo più.

− In fondo neanche io, ma perché non ne vale più la pena. Quindi dimmi, ti dai alle ragazzine? Ma non sei troppo vecchio?

− Sì, forse lo sono, ma forse no. È una storia lunga.

− E magari, conoscendoti, anche complicata, in fondo. L’ho vista andare via. Potevi essere più gentile.

Cos’era, un colpo di fortuna? L’ancestrale messaggio? L’opportuna occasione per rimediare a un errore che non avevo ancora commesso? Potevo approfittarne ed evitare di fare ciò che avevo in mente. − In effetti è così, le giovani non accettano rifiuti.

− Quelle meno giovani invece sanno aspettare e ascoltare − disse, con quella sua espressione sempre distratta.

− Ah, dici?

− Dico, Firmato. Dico.

− E dimmi, Zina bella, ti andrebbe di andare a bere qualcosa, magari in un posto più tranquillo, così mi spieghi meglio questa tua teoria?

− Non aspettavo altro − disse e si incamminò a prendere le sue cose, per aspettarmi all’uscita.

Mentre salutavo gli altri e leggevo negli occhi di Vera una sorta di assenso alle mie azioni, che mal celava il dubbio di una mia azione convinta e reale, si presentò Marinella.

− Andiamo, zio. Sono pronta.

Tradire i suoi propositi o tradire i miei? Perdere quel fiore, conservando integralmente parte della mia moralità o coglierlo, perdendo definitivamente quei tratti distintivi di umanità che avevo ben conservato?

A volte la risposta non c’è. E non c’è, perché non vogliamo saperla, non vogliamo che esista una risposta. E poi si vive una volta sola e se a qualcuno va meglio di altri, si vive bene e non ci si lascia nulla alle spalle. Quindi la risposta, come il pensiero, furono istintivi. − Ascolta, tesoro. Una mia cara amica sta male e devo portarla subito a casa. Ti prometto che domani torno, andiamo dove vuoi e facciamo ciò che vuoi.

− Davvero, mi spiace, zio.

− Spiace anche a me.

− D’accordo, zio. Mi farò accompagnare da Ilaria. Chiamami domattina, ecco il numero. Ti aspetto.

− Certamente, piccola. A domani.

Presi il numero, la giacca e la mia bassa integrità e raggiunsi all’uscita Zina che mi aspettava. Ve l’ho detto quando ho cominciato a registrare questo nastro sulla mia vita, non sono uno stinco di santo, non lo sono mai stato e a conti fatti, credetemi, non ho mai fatto niente di male che voi stessi non fareste anche adesso.

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