Cap. 1 – “A come Amianto”

(Giorno uno)

Io ho fatto i soldi con l’Eternit. Erano gli anni settanta e si poteva fare qualsiasi cosa negli anni settanta, o quasi. Quella di famiglia era una fabbrica abbastanza grande e quando decisi di incrementare il fatturato, non limitandomi alle sole coperture o alle vasche, alle tubature o ai pannelli di coibentazione, feci davvero il botto. La percentuale delle entrate volò alle stelle e anche le denunce che negli anni seguirono. Ma entrerò nei dettagli più in là, ora è giusto che io vi dica chi sono e cosa sto facendo.

Sono qui nella mia casa in collina a Torino, è il 5 dicembre del 2035 e sto registrando la mia voce su questo vecchio mangianastri, appartenuto a mio figlio e trovato per caso. Uso una vecchia musicassetta di Tony Renis, tanto chi diavolo lo ascolta più. Il mio nome è Firmato Rivero, ho novantanove anni e sono l’ultimo dei disillusi. Non immaginatemi come un vecchio decrepito che non si regge in piedi. Per la vita che ho fatto dovrei già essere morto da tempo, ma invece sono sopravvissuto a tutto. A guardarmi mi dareste non più di settantacinque anni. Sono straordinariamente forte, ho tutti i denti e tutti i capelli e sento ancora il sangue scorrermi nelle vene. Sarà che sono stato io a prendere questa vita a morsi e non il contrario. A pensarci adesso mi viene quasi da ridere.

Comunque, io sono una roccia in mezzo a un fiume in piena e affermo di essere l’ultimo dei disillusi con cognizione di causa. Di questa vita ho visto di tutto e fatto altrettanto. Quindi il delirio di questi tempi mi sembra anche logico, plausibile quasi. Non mi chiedo nemmeno perché, proprio perché nessuna spiegazione potrebbe sorprendermi. Come ho già detto ho fatto i soldi e con quelli ho vissuto alla grande. Ho viaggiato, imbrogliato, scopato, sono anche stato scopato. Ho amato, cazzo se ho amato e credo di esserlo anche stato, ma non ne sono del tutto sicuro. Niente comunque riesce più a sorprendermi, neanche questo dannato mondo che ormai sembra proprio andato, con tutto quello che sta succedendo.

Vi chiederete perché sto facendo questo e la risposta è semplice. Non mi manca molto da vivere, lo sento, lo so e voglio lasciare un segno, l’ultimo. Voglio che chi trovi questa registrazione possa sapere chi sono stato e quello che ho fatto e in molti già lo sapranno. Voglio raccontare di me. Voglio raccontare di me a voi e a me stesso, proprio adesso. Chiamatelo pure un mero atto egoistico, ma perché dovrei limitarmi io, se è la vita stessa a essere egoista e a prendersi alla fine quello che vuole. Io faccio solo quello che reputo giusto, l’ho fatto per tutta la vita e non mi sembra il caso di smettere proprio adesso.

Ma torniamo al discorso di prima, voglio farvi capire dove tutto è iniziato. Se fossimo stati in Inghilterra o in Germania non avrei fatto la fortuna che ho fatto, ma come diceva una vecchia canzone degli anni novanta, in Italia si può. Lavorare e produrre materiale in amianto è illegale per legge dal ’92 ed è da quell’anno che ho chiuso definitivamente i battenti. Dopo ho curato anche campagne che gli andavano contro, da bravo paraculo quale sono, e ho anche sostenuto tutte le vittime e i malati sul lavoro, collaborando con gli istituti assicurativi che istituivano e assicuravano fondi pensione per i malati professionali. Ma non per questo posso essere santificato o il mio nome può essere cancellato dalle liste dei peggiori uomini del pianeta.

Sono stato un vero pezzo di merda. Ho costruito divise con all’interno fibre di amianto per i pompieri, plastica per imballaggio, addirittura cartoni alimentari ed è solo per un puro e fortuito caso che non ho mandato in porto il progetto dei biberon. Non mi nascondo, non serve più e non si dica che non sapevo nulla. Certo a quei tempi, tra le pressioni dei soci, il peso sulle mie spalle, le pressioni, i benefici economici e senza la piena certezza dell’entità dei danni, era semplice girarsi dall’altra parte, ma è stata colpa mia, lo ammetto. Chiarito questo punto, i soldi. Quanti soldi. Più ne guadagnavo e più investivo e più ne facevo. E me li spendevo, come se non fossero i miei. In fondo che gusto c’è se hai una gelateria e non ti strafoghi di gelato. E non venite a raccontarmi che se aveste una gelateria vi passerebbe la voglia, perché sono fesserie. Mi sta venendo voglia di gelato. Okay, magari per il gelato posso capirlo, ma con i soldi no. E non è un fatto di avidità. L’avidità è un termine inventato da invidiosi e atto a disprezzare qualcosa che questi non possono avere. Io parlo di puro piacere, di quello che si prova nello spendere e godere dei propri frutti.

E in Italia poi. Da questo paese ho succhiato la linfa vitale. Ero assetato come un neonato alla tetta della mamma e lei, la bella Italia, mi ha allattato senza il minimo riserbo e io ho succhiato finché ho potuto. A proposito di succhiare, mi sta venendo in mente Rosaria Annone, la mia vicina. Viveva nella casa attaccata alla mia e ricordo che da piccoli giocavamo sempre insieme. Era la fine di luglio del 1950, entrambi eravamo quindicenni. Lo ricordo benissimo perché lei era fissata con i cartoni vecchio stampo e boicottava, forse a causa del lavaggio del cervello fattole dalla sorella di 35 anni, i cartoni di quel tempo. Sua sorella la costringeva a guardare il primo cartone animato a colori della Disney, uscito nel ’32, quando lei aveva la sua età ed è forse per questo motivo che Rosaria sviluppò un certo tipo di ribellione sommessa, doverosamente nascosta alla sorella e alla sua famiglia.

Il cartone si chiamava Fiori e Alberi e parlava di questi due alberi che si amavano in un grandissimo prato fiorito, ma nessuno di voi lo ricorderà. Comunque, i due alberi innamorati eravamo io e Rosaria, o meglio lei era quella innamorata e il prato fiorito era il sottoscala dietro casa sua. Ho una sola parola per descrivere Rosaria: munifica. Era il classico tipo che a una prima occhiata vi poteva cogliere di sorpresa, con quegli occhi vispi, ma poi non era un granché e anche come compagnia non era il massimo. Era sempliciotta e negli anni seguenti, frutto della ribellione accennata prima, sviluppò una mal celata tendenza al peripatetico che le riusciva malissimo. Non era comunque una persona serena, ma io avevo quindici anni e non me ne fregava più di tanto. Cominciammo innocentemente, quasi come noi maschietti ci appartavamo nelle nostre stanze a pensare alla mora Elizabeth Taylor o all’inarrivabile Gina Lollobrigida, anche se a me capitava spesso di concludere pensando alla più antiquata e disinibita, almeno nel mio personalissimo immaginario, Betty Boop. Comunque i nostri primi passi furono quelli, solo che nel nostro personale sottoscala fiorito non era la mia mano a darmi piacere. Il passo successivo lo avete già capito.

− Firmato − mi chiamava lei, non riuscendo a trattenere un sorriso per la particolarità del mio nome, − che dici, ti va se facciamo una corsa nei campi?

Io capivo subito l’antifona, la prendevo per mano e mi dirigevo spedito verso casa sua, con appresso il mio bagaglio di testosterone in erba. − Andiamo a correre.

Ora vi chiederete perché un vecchio di novantanove anni vi stia raccontando questo e mi sembra giusto. Le ragioni sono due. La prima è perché a registrare sono io e di conseguenza dico ciò che mi pare e la seconda, di gran lunga più rilevante, è che quell’esperienza è stata la prima e più rilevante della mia vita. Perché Rosaria, nonostante non fosse la prima delle fanciulle e non brillasse per particolari doti intellettive, era spigliata quel tanto che bastava a svegliare in me la scintilla che diede inizio a tutto e in quel momento, in quel periodo, in quel sottoscala, il suo acume era l’ultima cosa a cui pensavo. Mi iniziò a qualcosa che non si può capire se non ci si immerge totalmente. Ne senti parlare per anni e poi, all’improvviso, una Rosaria qualsiasi decide di tirarti fuori dal buio dell’inettitudine e ti porta dove tutto è più chiaro. E per me, quella prima esperienza sessuale, mi fece capire che dalla vita dovevo avere tutto e averlo come volevo io.

È in quel periodo che cominciai a darmi seriamente da fare per costruire la mia vita. Prematuro, deciso, non più vergine e pieno di idee. Un vulcano di idee. Ho detto di voler essere sincero e lo sarò, ne ho combinate davvero tante. Non mi pento e non ne vado nemmeno fiero, ma questo sono e cazzo, me la sono davvero goduta alla grande tutte le volte che ne ho avuto occasione. Ora molti di voi si staranno chiedendo che diavolo di coscienza può avere una persona come me e meritate una risposta. E badate che ho detto molti di voi perché sono un tipo positivo per natura e so che sarete in tanti ad ascoltare la mia vita, non avrei fatto quello che ho fatto se non fossi stato positivo. La positività è tutto. Ignorate chi vi dice che la vita fa schifo. Chi lo dice lo fa perché è la sua vita a fare schifo. La mia è stata fantastica. Attenzione, ho preso batoste serie anch’io, non pensiate che sia fatto di niente, ma non per questo mi sono rannicchiato in un angolo a stringermi le ginocchia e piangermi addosso. Ho tirato fuori le palle e sono andato avanti. Perché un uomo può andare solo avanti. Se andate indietro vuol dire che camminate al contrario e dopo un po’ vi farà male il culo. Me lo diceva sempre un mio amico che campava di palestra.

Che stavo dicendo? Con questo fracasso là fuori di tanto in tanto perdo il filo. Ah già, la coscienza. Non vado fiero nel raccontarvi che a causa del mio lavoro passato mi sono lasciato dietro una scia di persone sulla coscienza che verranno di certo a chiedermi il conto nella prossima vita, sempre che saremo nello stesso posto. Tutti noi campiamo per ottenere qualcosa e quel qualcosa io l’ho ottenuto. Tutto qui. L’unica cosa che ci differenzia è il modo e spesso può essere più o meno discutibile. Dato questo per assodato, il fine non cambia. Il benessere è fondamentale ed io, come molti altri, l’ho ottenuto passando sopra molte persone, sulla loro salute, sulla loro vita. La mia coscienza mi tiene sveglio qualche notte, ma adesso e ormai raramente, non in passato. Prima ero totalmente votato a me stesso, al mio stile di vita. Ho fatto la pace con quella parte di me. Mi sono perdonato. Certo, per essere perdonati ci vuole qualcuno che lo faccia, non noi stessi. Ma io ho sempre tenuto conto di me su tutti e il vero perdono l’ho sviluppato così.

Ecco, forse dopo quello che ho appena detto alcuni di voi avranno smesso di ascoltare, ma rifletteteci un attimo. Certo il mio caso è un tantino estremo, io me ne sono infischiato per anni dei danni che il mio lavoro produceva, ma io non faccio testo, voi cercate di pensare a qualcosa di sicuramente meno disastroso per tutti. Non dovete parlarne tra di voi, solo prendetevi un attimo per voi stessi. Giudicatevi da soli, non fatelo fare agli altri. In effetti, credete davvero di essere delle brave persone? Siete pienamente sicuri che agite sempre e comunque senza commettere il benché minimo errore nei confronti degli altri? Rispondo io per voi, non è così. E questo non è un male. Siamo tutti egoisti e menefreghisti. Per un certo aspetto anche cattivi a tratti, fosse solo quando vogliamo far emergere le nostre opinioni o goderci l’ultimo sorso del vino a tavola, vino che mio fratello tanto voleva e che puntualmente io non condividevo mai.

Ho voluto iniziare a parlarvi di questo perché, tornando alla coscienza, è la cosa che mi opprime di più. Certo ce ne sono altre, ma non così pesanti. È giusto che voi sappiate ciò che ho fatto, ma ho pagato per tutto e l’ho fatto nella maniera peggiore, ma ci ritorneremo più in là se vorrò raccontarvi di certi risvolti. Voglio distrarmi adesso, pensare e parlare d’altro. Prima ho accennato al gelato, con un esempio e mi è appena balenato un ricordo in testa. Si alterna tra il comico e lo sprezzante. Vado in bagno e ve lo racconto.

Ci sono quattro cose da considerare e che riguardano questa storia, la comunità hippy, i bambini, il gelato e la mia inopinabile bellezza. Quando il colorito e libero movimento hippy arrivò in Italia erano i primi anni ’60 e io, da poco superati i venticinque anni, mi ero avvicinato a quel mondo che sembrava magico, fatto di musica, spinelli e licenza di uccidersi. Ovviamente lo avevo fatto a modo mio, non abbracciando a pieno la cosa, almeno non inizialmente e mantenendomi un po’ a distanza.

− Ti faccio conoscere Sofia − mi aveva detto Carletto Berin, un mio collega e coinquilino all’Università di Torino.

E Sofia era davvero bella, ma io al tempo ero un tipo fin troppo selettivo e lei aveva due terribili difetti che, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, si manifestarono e non mi permisero categoricamente di potermi avvicinare a lei. Il primo era la sua forte propensione al toccarsi i capelli. Li aveva lunghi, lisci e biondi. Infilava le mani dalle orecchie e se li stirava verso il basso serrando le dita, poi intrecciava le mani ai lati e dietro la nuca e se li schiacciava, mettendo in evidenza una riga perfettamente dritta che dalla fronte si perdeva oltre la testa, separandogliela in due perfette metà. Un gesto fastidiosissimo. Già dopo dieci minuti lo aveva fatto almeno una ventina di volte. Ora penserete all’insicurezza, al linguaggio del corpo o a chissà quali cazzatelle da psicologo, ma non era così. Sofia, all’interno di quella specie di comune, organizzava e dirigeva tutto, sapeva quello che voleva e lo otteneva in ogni singolo istante. Forse c’era rimasta o forse era una feticista dei capelli, non lo so.

La seconda cosa, che inibì totalmente ogni mia voglia verso di lei, fu suo figlio. Un bambino biondo come lei, di sei o sette anni, che altro non era che la sua copia in miniatura, ma col pisello. Ora sappiate che non è mica che a me i bambini non piacciono, io non li sopporto proprio. Specie nella fase che va dal concepimento alla maggiore età. E se c’è una cosa che poi tronca ogni filo che mantiene in equilibrio la mia pazienza è quando qualcuno mette in dubbio la mia piacevolezza estetica. È un puro fattore di considerazione. Io mi auto considero e per vivere bene dovrebbero farlo tutti.

Comunque, era l’estate del ’62, faceva un caldo tremendo e io stavo parlando con Sofia nel giardino di casa sua, appena fuori Torino ed era appunto la seconda volta che la vedevo. Già non ne potevo più, tediato dal caldo e da quel suo toccarsi in continuazione e speravo che mi portasse in fretta una strana roba da fumare, che mi aveva detto di avere soltanto lei. Ero lì solo per quello in definitiva. Quando si allontanò per andare a prenderla, sbucò dal perfetto nulla questo bimbo e in mano teneva un ghiacciolo Dadaumpa della Sanson ancora incartato, al gusto chinotto. Lo vedevo puntare verso di me, scalzo, con un costumino blu e questo ghiacciolo in mano. Mi si ferma davanti, toglie la carta trasparente e me la porge. − Tieni.

Io lo guardo e penso quale possa essere il miglior modo per trarre il maggior vantaggio da questa situazione”. Era certo che Sofia gli avesse detto di portarmi un gelato nell’attesa, ma il subdolo bimbetto aveva ben pensato di farsi gioco di me. Ora io non faccio deliberatamente del male a nessuno, ma se un moccioso di sei anni mi prende in giro io non ci vedo proprio più. − Grazie − gli risposi, prendendo la carta dalle sue mani, − sei proprio un bel bambino, sai.

− Tu invece no − mi disse − sei brutto. Ma come mai sei così brutto? − e dopo questo diede la prima gustosa leccata.

Il mio primo istinto fu quello di strappargli il ghiacciolo dalle mani, gettarlo a terra, pisciarci sopra e rispondergli “ecco perché sono così brutto”, ma poi pensai che sarebbe stato un inutile spreco. E optai per un’altra, molto più subdola strategia, sperando che le insicurezze che non aveva la madre fossero finite tutte nel figlio. − Vedi caro, io sono così brutto perché alla tua età mangiavo questi ghiaccioli.

− Non è vero − disse lui, smettendo comunque di leccarlo, − non ci credo.

− È proprio così purtroppo. Ma tu quanti ne mangi al giorno?

− Non lo so, tanti.

− Male, male, male − gli risposi, − allora è troppo tardi. Quello che c’è dentro avrà fatto effetto ormai.

− Ma cosa c’è dentro? − chiese lui, allontanando il gelato e guardandolo con sospetto.

− Avvicinati − lo invitai, − questi ghiaccioli li fanno coi gatti.

− Come i gatti − esclamò lui, mentre per caso proprio quello che doveva essere il suo di gatto, saltava sul davanzale di casa e si voltava a guardarlo con il tempismo e lo sguardo da stronzi che solo loro hanno.

− Vedi − spiegai − dopo averli ammazzati, estraggono dal loro midollo, qui dalla spina dorsale, una sorta di gelatina…

− Come quella della carne Simmenthal − chiese lui, sull’orlo del pianto.

− Esattamente, proprio come quella. La impastano con sangue, merda, pipì o altre schifezze per dargli il colore giusto ed ecco qua il tuo bel ghiacciolo al chinotto.

− Billy − disse lui, guardando il suo gatto e porgendomi il ghiacciolo. Poi con rivoli di lacrime che gli scendevano dagli occhi si mise a correre verso di lui, che ovviamente scappò, amplificando in lui pena e sconforto, con me che gli gridavo dietro “e si può anche morire”.

Vedete, non era questione di prepotenza, assolutamente no. Era tutta una questione di ruolo. Io davo un valore alla mia voglia di gelato. Semplice. Non avrei picchiato il bambino, non gli avrei lasciato danni permanenti né psicologici e sua madre gli avrebbe poi spiegato che non era vero quello che avevo detto, se mai lui gliene avesse parlato. Magari glielo avrebbe fatto lei stessa il gelato, come dimostrazione di genuinità e senza l’aiuto di Billy e il piccolo avrebbe capito. Ma perché sarei dovuto restare con la carta in mano, a farmi dare del brutto, mentre quel caga mutande mi mangiava davanti. Ho solo agito per il mio meglio. Anzi sono stato una lezione vivente per quel bimbetto.

Restai comunque col ghiacciolo in mano, guardandolo scappare via e gli diedi un gustoso morso. Poi arrivò Sofia, mi diede ciò che doveva e tornai in macchina pensando alle parole di quel mio amico fissato con la palestra, quando mi illustrò la sua idea sull’aborto.

− Per me in questo paese dovrebbero introdurre e legalizzare al più presto l’aborto e metterlo fino ai diciotto anni.

− Sì, giusto − gli risposi. − Ma aspetta, cosa intendi quando dici “fino ai diciotto anni”?

Mi guardò serio e chiarì. − Nel senso che i genitori possono sbarazzarsi di lui fino ai diciotto anni di età, ma i diciotto anni del figlio, non della madre.

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