Gli straordinari Coffi

− Buongiorno Signor Coffi e grazie per averci ricevuto.
− Buongiorno a lei.
− Conosce già il nostro format, quindi non le spiegherò nulla. Parli liberamente e ci racconti di… tutto questo, insomma.
− D’accordo. Innanzitutto la ringrazio per questa intervista nel vostro speciale “Un’ora con”. Sono molto felice di essere stato invitato e lieto che lei e la sua troupe siate venuti fin qui all’Expo, nel meraviglioso padiglione Italia. Bene, detto questo, cominciamo.
Il mio nome è Andrea Coffi, figlio unico di una famiglia di figli unici. Certamente avrete già sentito parlare di me, ma per quelli che ancora non mi conoscono, mi sembra opportuno raccontare la storia della mia famiglia. Sono sicuro che quando avrò terminato, non potrete fare a meno di ricordarvene e di restare sbalorditi dalla stranezza e dalla particolarità di tali eventi. Sapete, io credo che uno dei più grandi traguardi che possa raggiungere una persona, sia quello di riuscire a trasformare il proprio infausto destino, in qualcosa di grandioso e inaspettato. Certo, ci vuole anche fortuna, che è una componente essenziale, ma da sola non basta, perché c’è sempre un fattore esterno che influisce nella vita di ognuno. Questo fattore può essere un evento, una persona o semplicemente, come nel nostro caso, il caffè. Suona strano, lo so, ma è proprio così. Attorno a questa bevanda, girano i destini di tutta la mia famiglia. Un famoso scrittore e giornalista tedesco, Heinrich Eduard Jacob, disse che “la scoperta del caffè fu, a suo modo, importante quanto l’invenzione del telescopio o del microscopio. Il caffè infatti, ha inaspettatamente intensificato e modificato le capacità e la vivacità del cervello umano”. Condivido pienamente le sue parole, sia perché racchiudono l’esempio vivente che si manifesta negli atti compiuti dalla mia famiglia, sia perché queste parole le disse proprio a mio nonno, quando, emigrato a New York durante la seconda guerra mondiale, si conobbero a una cena a Washington in compagnia di Harry Truman, il neo eletto presidente degli stati uniti, successo a Roosevelt. Ma per farvi davvero capire la rocambolesca storia della mia famiglia, devo fare un salto alle origini e cominciare da molto, molto lontano.
In un piccolo paesino della Sicilia di nome Villapietra, nel lontano 1833, alle soglie del Risorgimento, nacque Luigi Castrogiovanni, il mio bis bis bisnonno. Non era un uomo imponente, ma la sua statura era compensata da una forte personalità e da tanto coraggio. Entrambe queste qualità gli servirono molto quando, nel 1860, prese parte alla spedizione più importante della storia d’Italia. Luigi riuscì a trovare lavoro già a sette anni, in una specie di magazzino che tostava i chicchi di caffè. Il proprietario, un certo Rosolino, conosceva il padre che purtroppo era prematuramente scomparso. Per aiutare la madre che viveva sola con il figlio e l’anziana nonna, decise di prenderlo al suo servizio e insegnargli i segreti del mestiere. Inizialmente gli faceva trasportare la legna che serviva per la tostatura e in breve tempo divenne il più bravo che si potesse trovare in circolazione. Non mi è mai stato molto chiaro come sia arrivato a ricoprire questo ruolo, so solo che un contatto che mi è ignoto, forse un amico comune, senza nessun preavviso e nell’arco di un paio di giorni dalla notizia di una grande occasione per la sua “carriera”, lo condusse inizialmente a Sciacca e poi a Marsala e lì, il mio quadrisavolo, nella più grande sorpresa che si possa immaginare, incontrò Giuseppe Garibaldi e da quel giorno divennero inseparabili.
Era stato proprio Garibaldi a richiedere un uomo che lo seguisse nella sua spedizione e non per combattere, ma per preparargli dei caffè che lo potessero rendere vigile e sempre pronto. La cosa sembra assurda, lo credo bene, ma è proprio così. Luigi non toccò mai un fucile né una spada. Quando dopo infinite peripezie entrarono a Teano, per la simbolica consegna delle chiavi d’Italia, si narra che nell’incontro con Vittorio Emanuele II ci fosse anche lui e che lo stesso Re poté verificare la maestria che Luigi aveva nell’arte di preparare il caffè. Non c’è traccia nei libri di storia del mio quadrisavolo, ma da quello che oralmente si tramanda, fu una delle figure decisive per le sorti della spedizione. Quando tornò a Villapietra riprese il suo lavoro con Rosolino e non si mosse più dal suo paese.
Luigi ebbe un figlio, Andrea, nato cinque anni prima che lui partisse per la spedizione garibaldina. “Devo precisare che nella mia famiglia, da sempre, è tradizione l’eredità del nome, quindi siamo tutti Andrea e Luigi, non si confonda”. Dicevamo, Andrea era amabilmente chiamato “u simpaticuni”. Questo soprannome nasce dalla sua capacità di risultare amato a tutto il paese. Come il padre cominciò a lavorare per Rosolino e al contrario di esso cominciò a frequentare assiduamente la scuola, divenuta obbligatoria. Non essendo portato per quel tipo di lavoro, faceva unicamente da trasportatore per i clienti che lo desideravano, aiutando la famiglia. Crescendo sviluppò una natura affabile e gentile, tanto che alcuni nobili del luogo, ai quali portava del caffè macinato, di tanto in tanto, gli davano lezioni sulla lingua e la scrittura. Dato il suo lavoro e la sua propensione caratteriale, questi lo vollero mettere in contatto con una famiglia di Caltagirone, nella vicina provincia di Catania. Fu così che venne assunto da Felice Sturzo, della nobile famiglia dei Baroni d’Altobrando. Era il marzo del 1871 quando Andrea, a sedici anni, entrò nella sua casa. Ci andò per la passione che Felice aveva per il caffè e perché si pensava che i suoi benefici fossero salutari per le donne, dopo il parto. Infatti Caterina Boscarelli, la moglie del barone, era da poco incinta, si pensava di due gemelli, un maschio e una femmina. Tenne molta compagnia al barone, istaurando con lui un bellissimo rapporto e nei giorni della gravidanza fece da spola, dal suo paese, fino a Caltagirone, per molti anni a venire. Lasciò quella casa nel 1883, data che vide la nascita di suo figlio, il piccolo Luigi, omonimo del figlio del barone che a dodici anni entrò nel seminario di Acireale; sarebbe in seguito divenuto Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano. Voci del tutto non ufficiali dicono che il barone Sturzo chiamò Luigi il figlio, in onore del mio quadrisavolo, padre di Andrea, ma a questa cosa ci credo poco pure io.
 Qui la storia della mia famiglia prende una piega inaspettata. Il mio trisnonno Andrea, lasciato il servizio dagli Sturzo, continuò con lo stesso lavoro di sempre, fino al giorno in cui perse una mano sul lavoro. Per non abbandonare la tradizione che tanta fortuna aveva portato alla famiglia Castrogiovanni, il suo unico figlio Luigi, il mio bisnonno, che era un ragazzino molto sveglio, in breve tempo imparò le tecniche di tostatura e macinazione e venne conosciuto come il “ragazzo del caffè”, perché veniva mandato regolarmente a portare il caffè macinato per la vendita nella grande piazza della città vicina. Fu all’età di dieci anni che la vita di Luigi cambiò radicalmente. Suo padre, spinto da un suo amico, decise di intraprendere il viaggio che credeva avrebbe cambiato la sorte della sua famiglia. Insieme a sua moglie Assunta, a suo figlio e alla famiglia del suo amico, lasciò il padre e la madre a lavorare per Rosolino e spese la maggior parte dei suoi risparmi per approdare nella terra della libertà, dove tutto si diceva fosse possibile. Sfortunatamente l’unico a toccare le sponde americane fu il piccolo Luigi, perche il vascello sul quale viaggiavano si guastò a largo del porto di New York a causa del mal tempo e la sua famiglia e quella dell’amico di suo padre, persero la vita durante le operazioni di salvataggio.
“What’s your name?” continuava a ripetere l’agente di dogana allo smarrito Luigi che, dopo una notte come quella, non riusciva a dire nemmeno una parola. Nel trambusto il mio bisnonno, oltre alla sua famiglia, aveva perso valigia e documenti. All’ennesimo disperato tentativo, l’agente chiese aiuto alle persone che erano naufragate insieme a lui. Il caso volle che a soccorrere l’ormai disperato agente, fu un signore che incredibilmente lo conosceva di vista.
“Il ragazzo del caffè” gridò, “il ragazzo del caffè”, non sapendo il suo nome e non riuscendo a cavarglielo.
“I don’t understand” ripeteva l’agente.
“Come ti chiami ragazzo, come ti chiami” gli ripeteva in continuazione il signore, nel tentativo di far proseguire la loro identificazione.
Luigi era sotto shock e si ricordò dell’unica parola che suo padre, durante il viaggio, gli aveva detto di imparare a memoria, perché gli sarebbe servita per costruire il suo futuro. “Coffee” diceva “ripeti con me Luigi, coffee”. Quella parola “coffee” era molto simile in lingua italiana, e quando Luigi cominciò a ripeterla il signore che lo aveva visto molte volte in piazza, lo ripeté all’agente che prese la penna e scrisse sul foglio che teneva tra le mani “Coffi”, proprio per come foneticamente gli sentì dire.
“Bravo, ma voglio sapere anche il nome” continuò “come ti chiami, voglio sapere il tuo nome.”
“Luigi” disse il piccolo, dopo altro tempo trascorso nel suo silenzio.
“Bene. Luigi Coffi.”
Ecco come si perse il nostro cognome. Castrogiovanni si trasformò in Coffi. È paradossale come tutto questo sia strano e in un certo senso collegato. Il caffè, l’assonante cognome, finirono per diventare una sola cosa.
Cominciava così l’avventura del mio bisnonno. Orfano a dieci anni, sbalzato in un mondo che non conosceva, nella città che prometteva fortuna e gloria a chi avesse avuto il coraggio e la capacità di sapersi lanciare tra le sue braccia. Luigi fu smistato in una casa accoglienza per ragazzi. Inizialmente pensavano non ci stesse molto con la testa, perché ripeteva in continuazione la parola “coffee”, che veniva giustamente scambiata per il suo cognome. Poi cominciò a lavorare nella mensa dell’istituto e grazie a Frank Doyle, il cuoco che capì le sue potenzialità, da quel giorno, dopo la scuola, cominciò a darsi attivamente da fare in cucina. Gli anni passavano e l’integrazione era difficile, specie in quel luogo di approdo e speranza per molti. Diverse volte evitò risse e altrettante volte vi partecipò. Quando un suo amico italiano venne pestato a morte in un vicolo, sotto i suoi occhi, perché insieme a lui aveva pensato che fosse più semplice guadagnare qualcosa derubando i passanti, decise che l’unico rischio che avrebbe corso da quel momento in poi, sarebbe stato solo a fini costruttivi. Era una sorta di tappa obbligata, che quasi tutti dovevano attraversare.
Data la crudezza di quei tempi, decise che avrebbe abbandonato la vita facile, per così dire e si sarebbe rimboccato le maniche, intraprendendo la strada alla quale da sempre era stato destinato. All’età di 23 anni aprì il suo primo negozio grazie al prestito ricevuto, e in breve prontamente saldato, da Frank, in una stradina nei pressi di Mulberry Street, insieme a un irlandese suo amico. Il suo primo negozio di caffè, il “Coffi and Linch Store”, riscosse molto successo. I carichi di merce confluivano tutti nei vari porti e poi in un magazzino non molto lontano dal negozio. Lì Luigi tostava e macinava il caffè. Era un lavoro durissimo, perché praticamente faceva tutto da se e Aran Linch, il suo amico, era del tutto incapace di aiutarlo sul piano pratico. Sebbene imperversasse in quegli anni la faida tra le cosche siciliane e la cosiddetta camorra newyorkese, il loro negozio non venne mai interessato, anche perché, nonostante gli affari andassero bene, i guadagni non erano rilevanti e quel loro caffè piaceva davvero tanto.
Il 1910 nacque Andrea, mio nonno. Quando un anno prima, Luigi vide entrare in negozio Luisella Carini, rimase totalmente folgorato. Lei era straordinaria e il suo sorriso non gli lasciò dubbi. Era lei quella giusta.
“Deve essere mia” disse ad Aran.
“Allora vai, Don Giovanni, buttati. Che aspetti?”
“Già, per farmi sparare. No, aspetterò che verrà per la prossima spesa e poi cercherò di presentarmi.”
In realtà non dovette aspettare molto, perché quella stessa settimana si presentò nuovamente al negozio e fu in quell’occasione che si conobbero. Furono anni tranquilli e pieni di novità, in parte anche spiacevoli. Provarono due volte a fare un secondo figlio, ma in entrambe Luisella non riuscì a portare a termine le gravidanze. Era il destino della mia famiglia, figli unici e solo maschi. Comunque la loro attività andava bene, anche se in fondo il mio bisnonno non aveva mai dimenticato le sue origini. Aveva anche provato a mandare delle lettere a suo nonno, in Sicilia, ma quando lo fece doveva avere settant’anni suonati e non sapeva nemmeno se fosse ancora in vita. Non smise mai comunque di pensare di tornare e incredibilmente l’occasione si presentò, inaspettata e terribilmente fortunosa. Nel 1917 gli Stati Uniti, decisero di appoggiare l’alleanza europea, nel conflitto che passò alla storia col nome di Grande Guerra. Partì con uno dei primi contingenti e seguì come tutti gli altri l’addestramento in Francia, anche se la sua mansione principale si svolse nelle cucine da campo. Non sparò un solo colpo di fucile per tutta la campagna. Quando la guerra finì, intraprese con altri compagni un viaggio che lo portò fino a casa. Ventotto anni dopo era di nuovo a Villapietra. Lei era ancora là, con le stradine sterrate e le case in pietra grezza. In quella che era stata casa sua adesso vi abitava la sorella della madre, con il figlio. Suo nonno e sua nonna erano morti alcuni anni prima, fortunatamente credendo che il figlio con la sua famiglia vivesse felice in America.
Rincontrarsi, dopo essersi creduti persi per sempre, fu un’emozione indescrivibile. Fu tutto un raccontarsi, un accavallarsi di memorie ed emozioni. Ma non poteva restare né portarli con se. Due giorni dopo sarebbe ripartito per vedersi con gli altri compagni e riaffrontare il viaggio di ritorno. Prima di congedarsi definitivamente, passò dal magazzino nel quale la sua famiglia aveva lavorato, ma lo trovò sbarrato e in disuso. Il signor Rosolino era morto da un pezzo, prima ancora di suo nonno e il figlio aveva cercato fortuna altrove.
Ritornare tra le braccia di sua moglie e di suo figlio, fu come scaricare un pesante sacco dalle spalle, dopo una camminata interminabile. Nel frattempo a mandare avanti la ditta era stato Aran, con l’aiuto del piccolo Andrea di otto anni che da buon Castrogiovanni, o meglio Coffi, fin da subito si era messo all’opera. Se nella mia famiglia fino a quel momento tutti avevano compiuto gesta importanti o partecipato alla storia in qualche modo, sempre legandosi a doppio filo con il caffè, il mio bisnonno Luigi fu uno dei più attivi. Un altro esempio possiamo vederlo nei movimenti femministi, infatti fu lui che fornì il caffè nelle riunioni finali e decisive delle cosiddette “Suffragette” nel 1919, passando per il loro diritto al voto, fino al 1921, con le manifestazioni per le strade. Supportò per tutto il periodo il movimento e vi partecipò attivamente insieme a sua moglie. La stessa Alice Paul disse che il suo supporto fu importantissimo. Altro strano aspetto del mio bisnonno era la musica. Conobbe e riempì letteralmente di caffè sia il chitarrista Eddie Lang, che in realtà era un italiano di nome Salvatore Massaro, scomparso nel ’33 che il bluesman Papa Charlie Jackson. Si dice che tutte le volte che Jackson venisse a New York per suonare o solo per passarci qualche giorno, Luigi fosse al suo seguito, sia prima che dopo la guerra. Non si staccava praticamente mai da lui e molti suoi pezzi passarono prima dalle orecchie di Luigi e poi a quelle del resto del mondo. Quando anch’egli morì, nel ’38, il mio bisnonno andò fino a Chicago per dargli i suoi omaggi.
Intanto suo figlio, il piccolo Andrea, cresceva e sviluppava un carattere sempre più incontrollabile. Col tempo diventò tanto bravo nel preparare il caffè, quanto lo fosse nel seguire le proprie idee. Se da un lato distingueva e conosceva tutti i tipi di sapori e differenze possibili, dall’altro cominciò a manifestare un’altrettanto forte interesse al patriottismo, alla libertà e all’indipendenza. Amava studiare e in più era un tipo ligio alle regole e ai doveri. Ad esempio recentemente ho trovato una moneta da un quarto di dollaro che il mio bisnonno conservò, a sua insaputa. Gliela mostro, ecco. Questa moneta ha una storia particolare, ora le racconto il curioso aneddoto che la riguarda. Statemi bene a sentire, perché questa storia non la troverete in nessun archivio storico. Quando nel 1938 Papa Charlie Jackson morì, mio nonno Andrea aveva ventotto anni e accompagnò suo padre di cinquantacinque al suo funerale. In quello stesso anno, Alphonse Gabriel Capone, conosciuto come “Al” o meglio, Scarface Al, che era agli arresti nel penitenziario di Alcatraz, sviluppò una forma di sifilide, contratta molti anni prima. Grazie a questo, ma anche grazie alla sua influenza che anche in quel luogo non venne meno, in quell’anno ricevette due privilegi, uno noto a tutti, un altro sconosciuto. Il primo fu essere trasferito nella sezione ospedaliera di Alcatraz, il secondo fu assistere ai funerali di Jackson. Capone era un suo grande ammiratore. Durante la funzione mio nonno e suo padre erano a pochi passi da lui e quando finì e la gente cominciò ad andare via, Capone, scortato, passò davanti a loro.
“Io ti conosco” gli disse Capone, fermandosi davanti a Luigi.
“Non credo” rispose lui.
“Probabilmente non ci conosciamo di persona, ma io so chi sei. Il tuo caffè e speciale. Tu sai chi sono io?”
“Lo sappiamo chi è lei” rispose per lui il figlio, mio nonno. Il suo tono era elevato, quasi di sfida e la cosa destò la curiosità di Capone, strappandogli un sorriso.
“Lui deve essere tuo figlio” rispose “ha un bel carattere e non tiene paura, proprio come me. Tieni” aggiunse “prendi questa moneta, in ricordo del nostro incontro.”
Mio nonno Andrea prese la moneta dalle sue mani e la lasciò cadere a terra, senza distogliere lo sguardo da lui.
Capone non si mosse, sorrise ancora e poi aggiunse “queste palle ti porteranno lontano ragazzo, vedrai” e si incamminò tra gli agenti.
Il mio bisnonno non disse niente al figlio, conosceva il suo carattere e la sua intemperanza era fin troppo difficile da controllare. Qualche giorno dopo, mentre apriva il negozio, un uomo gli si avvicinò, si assicurò di chi fosse, gli porse una busta e gli disse “questa è da parte del signor Capone, per suo figlio Andrea”. Al suo interno c’era il quarto di dollaro che adesso tengo sempre con me, in memoria di quel giorno. Luigi non disse nulla a suo figlio, la conservò e la diede a suo nipote, cioè mio padre, molti anni dopo.
Andrea manifestava in ogni momento il suo carattere deciso e focoso. Fino a quel momento non c’era stato nessuno così in famiglia, spudorato e geniale. Si pensi al singolare modo che aveva di fare pubblicità al negozio durante gli anni del proibizionismo, girando per i vicoli limitrofi lanciando volantini, al grido “alchol suck, drunk with coffee” fino al ’33 e come cambiò tattica quando, una volta che il XVIII emendamento fu abolito e si mise fine al Volstead Act, distribuì assaggi gratuiti di caffè corretti al whisky con cioccolatini, incrementando notevolmente le vendite e la simpatia della gente.
Nell’estate del 1941 nacque suo figlio, che sarebbe mio padre, avuto con la vicina di casa, che conosceva da sempre. In un primo momento lo volle chiamare Franklin, invece che Luigi, come quel presidente che tanto stimava, contravvenendo a quella fortunosa tradizione familiare che aveva visto un intercambio di Andrea e Luigi, poi un po’ perché mosso da sentimentalismo, un po’ per non deludere suo padre, decise per Luigi. Ma si perse i suoi primi anni, perché nel dicembre di quello stesso anno, gli Stati Uniti entrarono in guerra. Non riuscì a resistere all’infame attacco a sorpresa dei giapponesi a Pearl Harbor e smosse mari e monti per arruolarsi e partire. Dalla sua partenza si persero le tracce e lui non diede più notizie di sé. Tornò a sorpresa a guerra finita, nel Novembre del ’45, completamente cambiato. Quando il padre sessantaduenne e tutta la famiglia, gli chiesero cosa fosse successo, lui raccontò tutto. Per spiegare bene cosa accadde, dobbiamo fare un altro passo indietro.
Nel 1920, dopo essere tornato dall’Europa, il mio bisnonno cercò di espandere il commercio del suo negozio di caffè in tutto il paese. Intraprese contatti con molti grossisti, tra i quali un certo Paul Warfield Tibbes. Non so se fosse lui a fare da tramite per qualcuno o se il caffè fosse per le sue vendite, fatto sta che non solo divenne il contatto più importante dell’azienda, ma richiese anche grosse quantità di caffè per uso proprio. Questo per farvi capire di che pregiata qualità fosse, anche allora, il nostro caffè. Cominciò una corrispondenza tra il mio bisnonno Luigi e Tibbes, tanto che si raccontarono ed entrarono quasi in amicizia. Tibbes aveva anche lui un figlio, di cinque anni più piccolo di mio nonno, che mostrava anch’esso un certo caratterino. Col tempo, mentre suo figlio Andrea affrontava lotte sociali e di giustizia, il figlio di Tibbs diventava cadetto pilota dello United States Army Air Corps, poi sottotenente nella Kelly Air Force Base e infine comandante del 340° Squadrone Bombardiere, guidando tantissime spedizioni nel secondo conflitto mondiale. Non voglio dilungarmi e vi dirò in breve cosa hanno in comune mio nonno e questo pilota.
Il comandante Paul Warfield Tibbes Jr., aveva un unico piccolo problema che si presentò nel tempo. Piccoli cali di concentrazione, dovuti allo stress e alla durata del conflitto bellico. Neanche a dirlo, fu suo padre che gli consigliò la compagnia di un giovane e ambizioso soldato, figlio di un suo amico, che aveva un negozio di ottimo caffè a New York. Mio nonno Andrea fu impiegato al suo seguito per gli ultimi due anni del conflitto, sui grandi bombardieri, armato di paracadute, fucile e uno speciale marchingegno che gli permetteva di preparare il caffè sul velivolo stesso. Questo fino a quando, il 6 agosto del ’45, insieme a Tibbes, si imbarco sull’Enola Gay, per la missione che più di ogni altra sarebbe passata alla storia. Quando venne a sapere la devastazione che quella bomba aveva causato nella città di Hiroshima, il suo punto di vista mutò radicalmente.
Ora, come in ogni cosa nella vita di un uomo, ci vuole un grande atto per destabilizzare le idee che vi si radicano dentro. Quel terribile giorno non riuscì più a scrollarselo di dosso. Per molti anni a venire si chiese se e quanto fosse stato giusto ciò che avevano fatto, poi decise che la vita è vita proprio perché non può essere arrestata, quindi chiuse quel capitolo e andò avanti. Fortunosamente un aiuto venne da parte di un protagonista inaspettato. Negli anni della guerra suo padre aveva stretto alcuni contratti con diversi teatri per lo spettacolo. Ciò serviva ad ingrandire il raggio d’azione, farsi conoscere e così potersi espandere, visto che i tempi erano più che maturi per farlo. Una volta tornato, per non stare in negozio, suo padre gli disse di andare in uno di questi teatri e passare un po’ di tempo lavorando e stando in giro, per non pensare troppo. Andrea aveva trentacinque anni e pensò che fosse la cosa giusta da fare. Una sera, prima dell’esibizione di alcuni musicisti in uno dei vari teatri della città, incontrò Django Reinhardt.
“Cosa guardi ragazzo?” disse Reinhardt ad Andrea che stava dietro il suo banco, nella zona ristoro. Reinhardt era sempre stato un tipo dal carattere difficile e quella sera era visibilmente stanco e stressato.
“Cosa vuole lei” gli rispose mio nonno, che non si faceva mettere sotto da nessuno.
“Io vorrei liberarmi da questa stanchezza e svegliarmi. Sai farlo un caffè italiano, forte e gustoso? O qui avete solo quella roba annacquata americana?”
“Io adoro la tua musica, Django” controbatté Andrea, abbandonando il formale ‘lei’ e passando a un più confidenziale ‘tu’, “ma evidentemente non sai leggere bene” continuò, indicando la scritta sopra la sua testa che citava ‘specialità italiane’.
Django Reinahardt era un uomo di mondo e ne aveva viste tante. A diciotto anni, a causa di un incendio che divorò la roulotte di famiglia, riportò l’ustione della mano sinistra e la conseguente fusione dell’anulare e del mignolo. L’incidente mise fine alla sua carriera con il banjo, ma gli fece sviluppare una tecnica con la chitarra che lo contraddistinse a livello mondiale. Questo per ricordarci che non tutte le cadute, fisiche, morali o psicologiche, possono frenare la voglia di rivalsa di una persona. Quando Django assaggiò quel caffè, solo una parola uscì dalla sua bocca. “Straordinario”. Quello che suo padre fu con Papa Charlie Jackson, Andrea fu con Django Reinhardt, fino al suo ultimo concerto negli stati uniti, al Carnegie Hall. Avevano la stessa età e si accorsero di condividere molto più di ciò che credevano fosse pensabile. Rialzarsi non solo è possibile, ma è un dovere e fu questo che lo aiutò a distogliere i pensieri da ciò che gli era successo. La sua musica era innovazione pura ed era straordinaria, quanto lo fosse il caffè di mio nonno. Fu un periodo indispensabile per lui, poi Reinhardt tornò in Europa e i loro contatti si limitarono alla corrispondenza e a qualche telefonata.
La parabola in ambito musicale della mia famiglia era comunque in ascesa. Dal 1946 al ’56, il commercio ebbe una crescita esponenziale. Riuscirono ad aprire più negozi e il loro riconoscimento si estese in tutta la nazione, tanto che inserirono la “Extraordinary Coffi” in diversi programmi televisivi. Il nome dell’azienda cambiò quando alcuni anni prima Aran Linch decise, in accordo col mio bisnonno, di lasciare e mettersi per conto proprio. Spuntammo anche in molte pubblicità. Il 3 aprile del 1956, al Milton Berle Show, si esibì per la prima volta in TV quello che viene ricordato come il più grande e discusso artista dei nostri tempi, Elvis Presley e ovviamente la mia famiglia era uno degli sponsor della trasmissione. Elvis diceva sempre “dietro ogni uomo di successo c’è una notevole quantità di caffè” e il nostro gli piacque talmente che lo volle a tutti i costi anche l’anno seguente, nell’Ed Sullivan Show e di conseguenza divenne anche lo sponsor di quella famosissima trasmissione. Alla fine di quell’anno il mio bisnonno morì. Aveva avuto una vita incredibile. Era partito dal nulla, perdendo tutto e subito. Sbarcò bagnato dell’oceano in un posto sconosciuto, con indosso i soli vestiti e le scarpe, armato della sola parola che conosceva e con quella aveva cambiato il suo cognome e il destino di tutti noi. Fu un uomo unico ed ebbe una vita così piena e turbolenta che dovrebbero farne un film. Mi spiace tantissimo non averlo conosciuto, ma mi faccio bastare le tante storie sul suo conto. Per citare Thomas Eliot, si può dire che “misurò la sua vita a cucchiaini di caffè”.
Nel 1965 mio padre si laureò in Comunicazione Internazionale. Era il primo ad aver conseguito tale titolo in famiglia. Quando cominciò a darsi da fare attivamente, gli affari decollarono e l’espansione della nostra azienda prese piede anche oltre oceano. Addirittura, in Inghilterra, riuscì ad ingaggiare i Beatles per una pubblicità, poi l’affare saltò perché il gruppo era in rotta e non si poté trovare un accordo che soddisfacesse tutti. Ma di loro restò qualcosa, o meglio qualcuno, John Lennon. Mio padre li conobbe entrambi in Inghilterra, nel gennaio del ’69, in un ristorante adiacente ad una galleria, dove Yoko aveva presentato una sua mostra. John si stava lamentando perché il caffè non era di suo gradimento e quando mio padre si intromise, spiegando chi fosse e proponendogli di andare a trovarlo in uno dei suoi negozi, loro accettarono.
John era un tipo difficile e un po’ il suo carattere, un po’ il suo modo di affrontare ogni cosa, lo rendevano una persona difficile e molto discontinua, nelle relazioni sociali. Ma mio padre ebbe la fortuna di essere presente, o almeno di partecipare con i suoi caffè, a molte loro iniziative, nei dieci anni che seguirono.
Ad esempio, piccola curiosità, quando organizzarono i due “Bed-in”, uno ad Amsterdam per la loro luna di miele e uno a Montreal, entrambi per richiamare l’attenzione dei media sulla pace nel mondo e per dire “no” alla guerra, dovettero restare svegli per molto tempo e fu il suo caffè che bevvero. Per la protesta di Montreal, invitarono anche giornalisti e amici e mio padre appare tra loro, anche se la sua riservatezza lo ha sempre tenuto lontano da qualsivoglia obiettivo. Questo accadde a marzo, mentre alla fine di luglio di quello stesso anno, accompagnò mio nonno al galà di ringraziamento in onore di Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin, i tre membri dell’Apollo 11 che portarono l’uomo sulla luna. Il motivo della loro presenza a quella festa non ve lo dico nemmeno, vi basti immaginare che durante i ringraziamenti Collins, che pilotava la nave orbitale Columbia, disse a microfoni spenti a mio nonno Andrea: “mentre Neil e Buzz scendevano sulla superficie lunare, io ero a bordo a monitorare e non so se l’adrenalina in corpo fosse più per la tensione, l’emozione o per i litri di Coffi che avevo bevuto”.
Lasciato il gruppo John si trasferì a New York con Yoko Ono e lì il loro rapporto continuò. Molto importanti furono le volte che si videro, in quello che Lennon definì il suo “Lost Weekend”, cioè la separazione temporanea da Yoko che durò poco più di un anno, da fine ’73 a inizio ’75. In questo periodo Lennon andò in California con la segretaria di Yoko, May Pang. Non fu mai chiaro se tra loro ci fosse qualcosa di serio o se fu tutto un ricamarci sopra, fatto sta che questo periodo servì a John per cambiare rotta. Si dice che i primi tempi si drogasse e bevesse sempre, inibendo la capacità creativa e pensando solo a fare baldoria. Ma la verità è ben diversa. Ciò avvenne solo i primi tempi, poi Lennon chiamò mio padre. John scrisse molto e per scrivere serve lucidità e tempo e questo, le droghe e l’alcol, non te le possono dare, mentre il nostro caffè sì. Fu anche grazie a quello che riuscì in parte ad uscirne. Poi tornò da Yoko, a New York e il resto lo sapete.
Dopo anni di successi, tutto terminò, come ogni dannata cosa termina. Si videro svariate volte, anche quando decise di ritirarsi dalle scene e di comporre lontano da tutti. Quando nel 1980 uscì il suo ultimo album, Double Fantasy, negli studi Hit Factory di New York a festeggiare, c’era anche mio padre. Qualche settimana dopo, precisamente l’8 dicembre nascevo io, Andrea. Mio padre infranse in parte la tradizione di famiglia, perché il mio secondo nome è John. Quella stessa sera, mentre io aprivo gli occhi al mondo, Lennon li chiudeva definitivamente, con quattro proiettili in corpo, in un inutile corsa all’ospedale.
Negli anni che seguirono, mio padre si dedicò interamente a crescermi e inserirmi nella società e nel commercio del caffè, ma in quegli anni un pensiero era fisso nella sua testa, quello di tornare alle sue origini, al suo paese. Fece molti viaggi in quegli anni, che servirono ad aprire le porte al commercio della nostra azienda. Io mi laureai in gestione aziendale e passai molto tempo con mio nonno. Fu entusiasta quando mio padre si presentò da lui e gli disse che aveva comprato il terreno e il caseggiato che era stato di Rosolino e aveva già cominciato i lavori per costruire una torrefazione. Non mi dimenticherò mai i suoi occhi. Quel giorno, ricordo, brindarono con due tazzine di caffè. Mio nonno morì agli inizi del 2000, due anni dopo sua moglie e non vi sto nemmeno a dire tutte le persone che, legate alla sua amicizia e alla fama che si era creato, vennero a rendergli omaggio al funerale. C’erano i tre piloti dell’Apollo 11, il comandante Tibbets in alta uniforme, tra i tanti amici musicisti c’era B. B. King e riuscii a intravedere perfino lo scrittore Philip Roth, anche se non riuscii a parlargli e sapere che ci facesse al suo funerale. Addirittura venne un delegato in rappresentanza del Presidente Clinton, per il contributo dato nella seconda guerra mondiale. Lì mi chiesi quanto fosse stato incredibile quell’uomo.
La grande voglia di tornare in Italia si concretizzo nel 2001, poco prima della tragedia che colpì l’America, nello schianto dei due aerei sulle Twin Towers. Non ci volle molto per affermarci anche lì e in pochissimi anni, riuscimmo ad entrare tra le più grandi aziende produttrici di caffè e questo mi consentì di viaggiare e stringere diversi rapporti lavorativi. Ho anche stretto molti rapporti d’amicizia durante le cene di rappresentanza e non vi nascondo che potrei raccontarvi particolari stuzzicanti di tantissime persone, alcuni vi farebbero accapponare la pelle, ma non è né il luogo né l’occasione adatta per farlo. Vi dirò solo le cose belle e positive dei miei incontri, come in fondo ho fatto finora.
Vi ho raccontato di quanto la mia famiglia sia stata immersa in molti fatti storici e di cultura, tralasciando i fatti personali e le vicende interne, come mi avete chiesto. Però per farvi capire che non siamo tutto commercio e “grandi gesta”, devo anche raccontarvi questo. Qualche tempo fa, in una scatola, ho trovato una pila di quaderni mai visti prima. Quando li ho letti sono rimasto sbalordito. La penna che li ha scritti è passata di mano in mano, da parenti ad amici. Quei fogli raccontavano molte cose che non vi ho detto, ma non conoscenze bizzarre o viaggi per il mondo, ma momenti intimi e privati, del tutto personali. Questi tracciano la semplicità delle persone che credo sia insita in tutti noi. Ho letto, ad esempio, dei balli che mio nonno faceva in salotto con mia nonna o dei viaggi fatti lontano da tutti, per ritagliarsi un angolo di pace. Di come il mio trisavolo, dopo aver perso una mano, non smise mai per un secondo di lavorare per la famiglia e di come il mio bisnonno cenava a lume di candela in camera da solo. O le chiacchierate con le quali monopolizzava l’attenzione di tutti e le sue barzellette, lui era un vero intrattenitore. E mio padre, di quanto abbia fatto per tutti noi, senza mai chiedere niente. Mi spiace soltanto che oggi non sia qui, ma a settantaquattro anni, credo che meriti un po’ di riposo. Forse starà ancora scrivendo qualcosa, nella speranza che continui a farlo io. Certo, ho letto anche di momenti tristi, quelli che ogni famiglia ha e dei quali parlare non è mai piacevole.
Abbiamo comunque attraversato gli anni, convinti sempre di potercela fare, non mollando né disperando, quando sembrava che non ci fosse modo per proseguire e alla fine ci siamo sempre riusciti, o meglio, ci sono riusciti. Io ho soltanto ereditato l’onere e l’onore di continuare qualcosa che ho imparato ad amare, nonostante la mia intolleranza. Sì, perché non ve l’ho ancora detto, ma io sono allergico al caffè. Appena lo bevo comincio a starnutire e non la smetto più. È paradossale che un venditore e produttore, abbia questo tipo di intolleranza. La bizzarria è che mi piace pure e a volte lo bevo, pur conoscendo le conseguenze. Cinque anni fa ero a Shangai per l’Expo e un giorno nel nostro padiglione è entrata una ragazza fantastica, da togliere il fiato. Era della delegazione francese e quando insistette perché le facessi compagnia per bere uno dei miei caffè, non ho resistito. Quando il mio naso cominciò ad arrossarsi e cominciai a starnutire, lei scoppiò a ridere. In quel preciso istante pensai che non sarei più riuscito a conquistarla. Nostro figlio è nato due anni fa, non si stacca un attimo da mio padre e al contrario di me, sembra tollerare perfettamente l’odore di caffè per casa.
Continuerei a parlarle di noi, ma adesso devo scappare, devo personalmente assistere alla preparazione di uno speciale caffè da portare ad una persona molto importante. È un uomo molto impegnato e a quanto si dice, per fare ciò che fa, ne beve molto e solo di un certo tipo, il nostro. Non nascondo che sono sempre emozionato, anche perché vuole ringraziarmi personalmente ogni volta che vado. Capite, lui che ringrazia me. D’altronde non sarebbe l’uomo eccezionale che è se non lo facesse. Addirittura la scorsa volta mi ha detto che questa domenica, cioè dopodomani, mi avrebbe fatto assistere all’Angelus domenicale dalla sua stanza in San Pietro.
Comunque, questa è la nostra storia e per il momento termina qui. Come ha potuto vedere, gira essenzialmente intorno a questi piccoli chicchi. A volte mi sono chiesto se tutto quello che è successo alla mia famiglia, sia dovuto principalmente a loro o se le grandi prodezze accadute si potessero realizzare anche senza l’influenza di questo particolare prodotto. Alla fine mi rispondo ogni volta che io, come chi è venuto prima di me, non siamo mai stati figli unici, ma siamo sempre andati in coppia con lui. Sembra una sciocchezza, una favola che mi racconto, ma non lo è affatto. Lo chiami destino, volontà, perseveranza, senso degli affari, non lo so, ma accanto abbiamo sempre avuto la fortuna di avere il caffè nella nostra vita. È come un talismano, un portafortuna. Per altro, da tradizione, portiamo sempre in tasca un chicco, per scaramanzia, ecco vede, lo tengo insieme alla moneta. Credo che bisogni avere profondo rispetto per le cose che ci danno la possibilità di essere migliori, di fare qualcosa ed essere qualcuno. È come un dare e avere e ci vuole profonda riconoscenza per questo e io lo sono. Sono profondamente riconoscente, alla mia famiglia per quello che è stata per me e al caffè, per quello che è stato per la mia famiglia. E questo, almeno per il momento, è tutto.
− È stato gentilissimo Signor Coffi e la sua vostra storia è incredibile. Grazie a nome di tutta la redazione.
− Sono io che la ringrazio per avermi dato modo di renderla pubblica. Adesso venga, mi permetta di offrirle uno Straordinario.

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