Cap. 2 – “B come B-movie”

(Giorno due)

C’è questo grande centro commerciale e si svolge tutto lì dentro. Un gruppo che sta scampando all’epidemia zombi vi si rifugia e le vicende dei protagonisti si sviluppano in un susseguirsi di colpi di scena e terrore. Un film davvero ben fatto, d’altronde cosa ci si può aspettare da George Romero. Quello era il secondo film della saga che lo rese un maestro, mentre quello che aiutai a produrre io… beh, diciamo che fu il primo e l’ultimo. Certo, c’è da dire che il mio regista era una capra e gli attori scelti erano peggio di lui, ma che ci volete fare, non tutte le cose possono venire su bene. Adesso tutto mi sembra un paradosso, un enorme scherzo di cattivo gusto, ma vi assicuro che quando decidemmo di fare “Sono tornati” ci credevamo davvero.

Tutto iniziò con una battuta, quasi come iniziano tutte le grandi cose, certo questo non lo fu, ma vi assicuro che lo spirito era quello giusto. Le riprese iniziarono a Cinecittà nel febbraio ’83 e terminarono i primi di dicembre. Col budget che avevamo, avremmo potuto comprarla Cinecittà, invece non ci fecero più mettere piede in quel luogo. In realtà in post produzione non ci sembrava così male, ma quando fu trasmesso nelle sale fu un flop pazzesco. L’unico nostro amico che ne capiva di cinema, Giuseppe Calonì, ci avvertì che probabilmente avrebbe tradito le nostre aspettative e in effetti aveva ragione. Lui ne capiva parecchio, al contrario di noi beoni improvvisati.

Partecipare a quello che fu definito dalla critica come il peggior film horror degli ultimi trent’anni mi aprì gli occhi. Mi fece vedere quel periodo con una nuova prospettiva e le vite delle persone che mi gravitavano attorno con un rinnovato spirito di osservazione. Erano tutte prive di una reale consistenza, vuote a perdere, compresa la mia. Sarà che mancava poco al mio giro di boa o sarà che, nonostante il benessere e lo sfarzo, attraversavo quel momento che un uomo può definire come pensiero critico verso tutto e tutti, in poche parole valutavo e tiravo le somme su ciò che comprometteva la vita di tutti noi, declassandola a vita di serie B, proprio come “Sono tornati”.

C’era qualcosa che tormentava il mio pensiero. Forse la potrei definire insoddisfazione, ma un’insoddisfazione atipica, non definibile. Come un malessere generale che mi portava a vedere tutto e tutti con occhi critici, di giudizio. E credo questa cosa duri da sempre, in quegli anni ebbe il suo exploit, involontario e cattivissimo, nei giudizi e nelle considerazioni.

Tutto m’infastidiva. Ogni cosa. Era ad esempio il chiacchiericcio disorientato e continuo nelle sale d’attesa che mi dava davvero sui nervi. Tralasciamo l’imbarazzo che navigava tra gli sguardi, anche se al contrario di quello negli ascensori, quello nelle sale d’attesa è di norma lungo, tanto da creare quasi una voglia estrema di comunicazione. Ed era anche la comunicazione che m’infastidiva. Il buonismo del “chi è arrivato per primo?” o “chi è l’ultimo?”, quando l’ultimo in realtà sei tu o ancora “io avevo un orario, ma se non funziona così fa nulla”. Manica di cazzoni. E quando poi si parlava di discorsi all’apparenza più seri, erano sempre discorsi futili e frivoli, buoni a se stessi. Un’indescrivibile rottura di palle.

Quando andai dal radiologo per un controllo alle ginocchia mi accompagnò Vincenzo Guerra, un mio amico genovese. Lui, come la maggior parte di noi, in quel periodo attraversava il momento più buio della sua vita e lo infastidiva qualsiasi cosa. Ci trovavamo bene per quello io e lui. Era sempre stato un tipo che di norma se ne fregava di tutto, ma come me aveva smesso di vedere il lato buono delle cose e condannava a priori ogni cosa che non riusciva a comprendere o accettare.

− Ieri sono stato in un campo da golf davvero schifoso − diceva il dottore mentre mi visitava, − c’erano certe buche che sembravano voragini. Giocare a golf sta diventando una tortura.

Lo sguardo di Vincenzo era la quinta essenza del disgusto, pensava che disprezzare qualcosa che i suoi soldi gli permettevano di scegliere, fosse deplorevole oltre che sbagliato. Restò zitto per tutta la visita ma dentro ribolliva di rabbia.

− Non è sostanzialmente niente − disse il dottore, − né l’artrosi né l’età. Sono la temperatura che cambia e qualche sforzo di troppo. Ha fatto qualche movimento strano di questi tempi?

− Solo alzarmi dal letto.

− E ha spinto qualche peso?

− Solo quelli che collaboravano e mi aiutavano a farsi spingere.

− Allora non ha da preoccuparsi, la sua salute e le sue ginocchia sono apposto. Ma stia attento − aggiunse − c’è gente che invecchia prima e gente che invecchia dopo.

− E direi anche che c’è gente che invecchia male.

− Già − sorrise − ma non è questo il caso.

Ricordo che quando uscimmo dal suo studio Vincenzo lo additò subito come coglione. − Vive la sua vita come gli pare e si lamenta delle buche. Il paradosso è che io non mi lamento dell’acqua fredda quando stacco da lavoro e vado a pesca, né mi lamento del fucile quando s’inceppa, perché è una cosa che amo e mi piace.

Effettivamente aveva ragione. L’ho già detto, era un periodo complicato. Io avevo i miei problemi personali, lui aveva i suoi e vivevamo in perenne tensione. Credo durò fino alla fine del 1984 quel periodo, poi solo cambiammo la sua percezione. Ma sto cadendo nel sentimentale e non credo faccia bene. Vi racconterò di un mio amico, quello fissato col benessere del suo fisico, Salvatore Pedante, ma noi lo chiamavamo Tore. Era Un tipo incredibilmente attento alle cose e più era attento, meno si rendeva conto di quanto la gente intorno potesse cambiare, mentre lui perdurava in quel suo stato di calma piatta. E ci stava da Dio in quella calma piatta. Io ho sempre pensato fosse una calma apparente, ma dopo una vita non saprei proprio dirvi. Spero stia bene, adesso.

Comunque, un giorno una ragazza mi chiese cosa piacesse a Tore ed io le risposi che non lo sapevo, nonostante ci conoscessimo da tantissimo tempo. Ed era effettivamente così. Perché a lui piaceva tutto e sapeva tutto, eppure non gli apparteneva nulla. Per farvi un esempio di chi e di come potesse essere Tore. Un giorno eravamo a Saint-Tropez, in spiaggia, era l’estate del ’79 e io trovai un sassetto particolarmente bello, con delle venature colorate e mi chiesi cosa potesse rendere una pietra così affascinante al punto da volerla portare via con me. Di quali elementi fosse composta, che materiali, da quale luogo provenisse. Confidai in lui e gliela porsi per avere un briciolo d’illuminazione in merito. Lui la prese, la mise davanti alle sue gambe incrociate e senza dire una sola parola si strinse il naso con le dita, come a cercare la massima concentrazione. In un primo momento ci sembrò stesse ricordando il nome della pietra. Lo aveva lì, sulla punta della lingua e stava per sputarlo fuori, ma non era così.

− Tore − lo chiamai, ma lui stava zitto e assorto. − Tore.

Lui alzò una mano in segno di attesa e noi tutti restammo a guardarlo attoniti.

− Tore − replicò Clementino Schioppa, da sempre mio compagno di burle, nonché comico e cabarettista Rai, − ma che cazzo stai facendo?

− Un attimo − rispose lui, − mi sto prefigurando il diagramma di Streckeisen.

Ecco chi era Tore. Uno che alla domanda “ma che sasso è questo”, per risponderti doveva prima prefigurarsi il diagramma di Streckeisen. Che dire, un cazzo di sassetto sarebbe stato soltanto un cazzo di sassetto per chiunque su questo pianeta e a dirla tutta, per quanto bello potesse essere, la mia curiosità era in fondo molto blanda e superficiale, non m’importava davvero conoscerne l’albero genealogico. Lui prendeva il sassetto, lo sviscerava e lo lanciava tra le onde, io invece lo guardavo, non ne sapevo nulla e lo portavo a casa. Ecco cosa succedeva. Ecco la differenza tra di noi. Chi analitico e non curante e chi superficiale ed entusiasta. E viveva alla grandissima, Tore. Io invece, che di norma puntavo alla semplicità e all’interesse, in realtà mi scervellavo nell’apportare alla mia vita una costante miglioria, quando invece avrei dovuto fare come lui, puntare i piedi nella mia realtà, prefigurarmi un diagramma a caso e non fare assolutamente nulla di più.

Era questo il mio pensiero in quel periodo. A tratti era davvero difficile riuscire a mantenere anche un briciolo di positiva considerazione per ciò che ci stava accadendo. Eravamo davvero tutti come confusi dalle nostre vite, che davano e prendevano in continuazione e noi lì a tirare quella corda. Spesso accadevano cazzatelle che ci facevano riflettere su quanto frustrante potesse essere quel presente e ci facevano pensare a com’era bello quando non c’erano responsabilità, anche non direttamente nostre.

− Sono andato a recuperare il figlio di mio fratello − mi raccontava Vincenzo, mesi dopo l’uscita del film, mentre cercava di aggiustare un Arbalete nel suo garage, dopo aver finito la sua lezione di filosofia nella scuola superiore nella quale lavorava. Ricordo quel giorno perché era davvero frustrato. − L’ho fatto di nascosto da lui perché il pidocchio è stato beccato in un campo a rubacchiare con una mezza dozzina di altri delinquentelli suoi amici, che appena è arrivato il proprietario se la sono data a gambe. Lasciandolo solo.

− Ci sono ancora ragazzini che rubacchiano nei campi − gli chiesi.

− A quanto pare sì. E non immagini quanto è stato stressante e deleterio per me aver a che fare con un rozzo ignorante, con la pelle scottata a pezzi dalla camicia con i risvolti che, non solo sequestra mio nipote, ma mi chiede anche i danni per la merce rubata. Merce che era rimasta tutta lì.

− Ma perché tuo nipote non è scappato con gli altri − gli chiesi.

− Perché ha le gambe corte.

− Scusa?

− Ha le gambe corte, non riesce a scappare come gli altri e quindi si è fatto beccare. Piccolo pediculus. Piccolo anopluro umano.

− Sai che il mio film non è andato, vero − dissi, cambiando discorso.

− Che poi noi prendevamo tutto nelle cascine, quando eravamo piccoli, ricordi. E col cazzo che ci beccavano.

− Un flop assoluto e adesso mi odia mezza Filmauro.

− Ma erano altri tempi. Eravamo più furbi e indubbiamente più agili − continuò tranquillamente.

− L’altra mezza mi vuole morto. Per non parlare di quello che mi farebbe Luigi.

− Quella mezza sega non mi assomiglia per niente, è tutto suo padre. Aspetta − s’interruppe, − per Luigi intendi De Laurentis?

− Sì, proprio lui. Ma tu capisci, tutti quei soldi, ma quanti erano. Comunque ho chiuso con le produzioni. Un anno di questa tortura mi è bastato. Torno alla mia azienda e ho già contatti per espandermi nella costruzione di materiale edile. Conosco uno che può facilitarmi alla grande. Fa miracoli.

− Lo conosco?

− Non credo, sta quasi al confine e poi è molto particolare. Ma sarebbe capace di far credere al demonio che a casa sua si gela.

− Che cosa magnifica − disse − pensi che possa far allungare le gambe a mio nipote?

− È un avvocato, non è mica Gesù.

− Che peccato.

Lo guardai perplesso, lo salutai e me ne andai. Vincenzo Guerra, brillante professore, ma perennemente alla ricerca della fine della sua insoddisfazione. Ed io l’ho sempre saputo che un giorno avrebbe fatto grandi cose, ma quell’aria di insofferente malcontento non gli si era mai staccata dal volto. Se poi si aggiungeva il nipote con le sue gambette corte, che lui teneva come il figlio che non aveva, era davvero il massimo. Vedete, eravamo così, alla ricerca di non so che. Costantemente impegnati a trovare qualcosa che forse non sapevamo cosa fosse.

Ma inutile ripensare al passato. Quello è fatto di pause, battute e ripartenze. “Piccolo, spazio, pubblicità” diceva Vasco quell’anno, affogando in un mare di bollicine, che non era altro che il titolo dell’album e dell’omonima canzone. Dovrei averla da qualche parte quella cassetta. Se finisco questa di Renis, registro su quella. Lì cantava della Coca Cola, o forse non si riferiva proprio a quella. Comunque grande album. La vorrei una Coca adesso e vorrei anche andare alla Playa con i Righeira se proprio devo rivangare quel periodo.

Tirate le somme eravamo questo e in fondo lo accettammo. Le vicende si susseguirono sempre con alti e bassi e noi non potevamo mica sovvertire totalmente le nostre sorti. Le accettavamo, mandavamo giù la nostra realtà sempre più distopica e quasi ci consolavamo a vicenda per gli imprevisti che ci capitavano. Una cosa è certa, se non avessi avuto i miei amici non sarei diventato ciò che sono. Ora credo sia abbastanza, mi sa che anche per oggi è il caso di staccare. Magari domani vi parlerò proprio della vera vita spericolata, anche un po’ alla Vasco, che abbiamo portato avanti negli anni. E per la cronaca, le mie ginocchia sono ancora perfette.

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