21 Cap. 8 – “H come Hoffenheim”

(Giorno otto)

Io amo la musica Blues e Country e oggi vi racconterò cosa o meglio, chi, mi ha fatto innamorare di questa musica. Vi ho già parlato del mio periodo hippie, quello in cui non stavo fermo neanche un giorno? Sinceramente non sono mai stato costante coi  miei studi e i rapporti con la mia famiglia, un po’ per questo e un po’ per il mio carattere molto inquieto, non sono stati dei migliori, anche se il culmine l’ho toccato con mio padre molto tempo dopo il mio periodo alternativo. Ma non è ancora arrivato il momento di parlare di questo.

Fuori sento rumori assurdi oggi e non voglio dilungarmi a parlare, preferisco stare a riposare, quindi cercherò di essere breve e raccontarvi di quello che mi è successo in una vacanza in Germania, parecchio tempo fa. Stanotte, come se non mi mancassero cose alle quali pensare, ha piovuto a dirotto e ho dormito pochissimo e sono parecchio stanco. Comunque, parlavamo del mio periodo turbolento. Vi racconterò una cosa molto particolare, che mi è rimasta dentro.

Mio padre, prima di me, gestiva l’azienda alla grande e anche se non mi ha mai regalato nulla, mi dava la possibilità di guadagnare. Il giorno del mio 22esimo compleanno, cioè il 25 dicembre del 1957, tra regali di Natale e di compleanno, misi da parte un gruzzolo incredibile. Non ci pensai neanche un secondo e chiamai uno degli amici più stretti che avevo allora.

− Ciao, Cencio.

− Oh, Firmato, buon compleanno.

− Buono davvero. Il pronostico si è avverato, ho poco più di un milione messo da parte. Se mi dici tu, partiamo.

− Tu!

− Dai, scemo. Sono serio.

− Oh, cazzo. Finalmente ce l’hai fatta. Quando vuoi.

− Anche domani − dissi di getto.

− Esagerato. Partiamo il 30 e torniamo il 2. Tre giorni pieni.

Ci muovemmo il 30 di prima mattina come da pronostico. Caricammo la mia Fiat 1100/103 e partimmo alla volta della Germania. Là ci aspettava Carmela Priore, una sua amica che da piccola si era trasferita con la famiglia a Francoforte, dove i genitori insegnavano e lei si era messa a fare la cosa che amava di più, la musicista cantante. Eravamo entrambi in fibrillazione ed era da tanto che cercavamo di organizzare quel viaggio. Le avevamo dato buca già tre volte, o meglio, a darle buca sulla carta era stato Cencio, perché io non sapevo neanche che aspetto avesse, ma quella sarebbe stata la volta buona e lo capii quando misi in moto la macchina e diedi gas.

− Mi ripeti com’è sta Carmela.

− Ancora? Ma quante volte te la devo descrivere?

− Ma se sei sempre vago. Dai, non vorrai stare ad ascoltare la radio per tutto il tragitto.

− È carina.

− Almeno non mi hai detto “è simpatica”.

− È anche simpatica.

− Che palle che sei, Cencio, parla. E dimmi anche se ci sei stato.

− Okay − si convinse − l’ultima volta che l’ho vista è stato almeno otto anni fa. È alta quasi quanto tua sorella Licia, capelli scuri e mossi, carnagione chiara.

− E…

− E basta, Firmà, che vuoi che ti dica più, manco me la ricordo. È una ragazza normalissima. Comunque di certo c’è che sa cantare. E non ci sono mai stato. Ora vuoi guidare che tra un po’ si passa il confine. Anzi fermati prima che ho già da pisciare.

Cencio Scoppi era una persona incredibile. Era sempre riuscito ad accaparrarsi la simpatia e la fiducia di tutte le donne con cui parlava. Era una sorta di confessore delle donne. Lui gli parlava due minuti e quelle erano pronte a raccontargli tutto delle loro vite, anche le cose più intime e scabrose. Ovviamente il più delle volte ne approfittava e ci provava e spesso ci riusciva pure. Una volta, e parlo di quando avevamo entrambi diciotto anni, addirittura arrivò ad avere a che fare con cinque ragazze diverse e vi assicuro che “diverse” è la parola giusta. Nessuna c’entrava niente con l’altra. L’estate dei cinque mazzi, la chiamò lui. Ma non era solo un piacione che ci provava con tutte, faceva il bello e dannato e gli piaceva il ruolo che quelle gli davano. Si crogiolava in questo e insieme facevamo faville a quei tempi. Aveva un futuro da calciatore, Cencio. Addirittura all’età di quattordici anni attirò l’attenzione di un osservatore del Torino Calcio, poi a causa della tragedia di Superga saltarono tutti i piani e fu nella Juventus, grazie a Jesse Carver, il famoso allenatore inglese di quell’anno, che fece un provino. Venne anche preso, ma due mesi dopo, a scuola, un bullo di nome Lino Aquilotto gli ruppe la rotula e addio sogni di gloria. Vi racconto l’assurda motivazione di tale gesto.

Giocavano nel campetto del doposcuola, un misto di terra ed erba. Cencio era ovviamente imprendibile, numero dieci nato quando giocava a undici, mentre tuttofare quando era tra noi mortali. Lino invece era il difensore della squadra avversaria, un capellone lento e grezzo, ma forte nel suo ruolo e ben messo fisicamente. Un colosso contro una principessina, in pratica. Si odiavano. Ecco al volo la dinamica di quanto accadde quel famoso mercoledì pomeriggio. Cencio si fa passare la palla dal portiere, passeggia due volte davanti la propria area, tanto per disorientare gli inermi attaccanti avversari, fa un uno-due con me e si fionda sulla fascia sinistra, superando il centrocampo. A quel punto solo Lino tra lui e il portiere, che gli si fionda davanti come un toro impazzito. Cencio lo punta e uno, due, tre, quattro, cinque… come nel migliore Amedeo Biavati, per altro inventore e perfezionista di questa finta, fa ben (e credetemi, non sto affatto esagerando) diciotto doppi passi a Lino Aquilotto. Questo, disorientato e stordito, prima cerca diverse volte di non perdere l’equilibrio, poi cade indietro come un corpo morto. Cencio si sposta la palla con l’esterno sul destro e fa partire un tiro a giro sotto l’incrocio del palo opposto. Ovviamente, rete.

Inutile dire che il portiere rimase di sasso, non ci provò nemmeno a muoversi. Quel gol sancì la fine della partita. Continuare sarebbe stato un insulto al gioco del calcio. Tutti esultammo come se avessimo visto, e in effetti era stato così, l’azione più strana e spettacolare della nostra vita. Non contento Cencio si girò, guardò Lino ancora a terra, totalmente sbigottito e gli disse testuali parole: “la prossima volta te ne faccio venti”. Un’umiliazione così non era sopportabile. Nella strada del ritorno Lino prese una spranga di ferro, lo aspettò all’angolo di casa sua e gli fracassò il ginocchio destro, completamente. Fine della carriera, che sarebbe stata spettacolare. Ma quel gesto tecnico, preciso, pulito, micidiale, restò nella storia e nei cuori di tutti noi, per sempre. Ed io cambiai modo di giocare.

− Ti ricordi di Lino?

− Certo che mi ricordo − rispose, toccandosi istintivamente il ginocchio, mentre io finivo il mio panino.

− Ma lo hai più rivisto.

− Ermà, te lo racconto, ma non devi dirlo a nessuno.

− Certo che no.

− L’ho beccato tre anni fa con mio fratello fuori dallo stadio.

− E…

− Non mi fare continuare − disse girandosi.

− Oddio, lo avete ammazzato?

− Oh, Firmà, ma che ti sembriamo. Vittorio sarà pure grosso e irascibile, ma mica è un assassino.

− E che gli avete fatto?

− Male. Gli abbiamo fatto molto male. Ti basti questo.

La nostra destinazione era un piccolo paesino nel Baden-Württemberg, una piccola frazione della città di Sinsheim, che rispondeva al nome di Hoffenheim. Era lì che Carmela ci aveva dato appuntamento, perché quella settimana si sarebbe esibita per tre giorni di fila in una piccola fiera, allestita in un campo in periferia, per festeggiare il capodanno.

Era molto accogliente e la strada per trovarla non fu difficile. Ci sistemammo prendendo in affitto una camera in un piccolo ostello vicino e raggiungemmo il campo dove si trovava lei, con tutti quelli che avrebbero partecipato a quella fiera. Era totalmente diverso dalle sagre in Italia. A parte il fatto che appena arrivammo ci diedero subito da bere, c’era qualcosa nell’aria di totalmente nuovo, diverso. Mi ricordo ancora i colori e i sapori di quel giorno appena arrivati. Mai più provati, in nessun altro posto.

− Eccola Carmela. È la ragazza sul palco con la chitarra in mano.

Non so se riuscirò a spiegarvi cosa provai quando la vidi. Fu come se qualcosa di grande e potente mi avesse investito in pieno. Lei aveva appena smesso di suonare, si spostò dallo sgabello sul quale stava poggiata, perché dire che ci stava seduta sopra non sarebbe affatto corretto data la sua notevole altezza e con la chitarra a tracolla sulla schiena, ci venne incontro.

− Piacere, Carmela.

− Rivero, Firmato Rivero.

− Hai anche la licenza di uccidere?

− Come scusa?

− No, niente, scherzo − disse, poi si lanciò tra le braccia del beota al mio fianco, che mi aveva detto fosse una “normalissima ragazza”. − Cencio bello, quanto tempo. Mi sei mancato. Allora, voi fate un giro, finisco le prove e vi raggiungo.

Quando si girò i suoi capelli lasciarono una scia che potrei definire solo con la parola “odore”, perché altre parole non avrebbero senso. Mollai un pugno sulla spalla di Cencio e quasi non me lo mangiai, per non avermi detto che la parola “normalissima” non si confaceva assolutamente a quella meraviglia.

Inutile dirvi che quelli furono tre giorni straordinari. E inutile dirvi che pendevo dalle sue labbra e dalla sua voce. Sul palco alternava pezzi conosciuti a pezzi suoi e passava dal Country, al Blues, mantenendo una personale scia di originalità tutta sua che si percepiva a pelle. Io di norma non mi scoraggiavo mai, specie di fronte a qualcuno che mi piaceva, ma con lei era diverso, mi aveva letteralmente incantato, quasi m’intimoriva e recuperare la figura di merda che avevo fatto quando ci eravamo presentati era quasi impossibile. Le mie parole erano sempre misurate, durante i pasti e le passeggiate, anche se non eravamo quasi mai soli e lei poi non si esponeva più di tanto.

− Firmà, ti parlo da amico, ma perché non ti butti. Siamo venuti qui per divertirci e ti crogioli con lei da quando siamo arrivati. Quindi o vai tu o le parlo io per te.

− Fallo e ti strozzo con le corde della sua chitarra.

− Senti, stasera, dopo lo spettacolo o ci provi o guarda che te la fotte il francese che è arrivato prima.

− Quale francese?

− Simenon Moreau, il tastierista dei Sophie band. Ma dove ce li hai gli occhi?

− Dici?

− E dico sì. Quindi datti da fare.

L’ansia che mi mise addosso non era normale, ma mi decisi. Sarei andato via da Hoffenheim con lei o con qualcosa di lei e nulla me lo avrebbe impedito.

Venne così l’ultimo dell’anno. Festeggiammo, bevemmo e fumammo, poi lei come al solito salì sul palco, proprio durante il conto alla rovescia, salutò il 1958, fece la sua impeccabile figura e poi tornò tra noi, mentre dopo di lei si esibiva proprio il gruppo di Simenon. Dopo un po’ di chiacchiere in giro, si avvicinò.

− Ti è piaciuto stasera?

− Sei stata grande, come sempre.

− Grazie, sei gentilissimo e buon anno nuovo − mi toccò una spalla con la mano e mi diede un bacio sulla guancia.

− Anche a te. Senti, ma allora verrai in Italia questa estate?

− Sì, almeno credo. Se non con i miei, vedo di venire col gruppo. Magari sola e mi ospiti tu.

− Io?

− Sì, tu − sorrise, − c’è qualche problema?

− Assolutamente no.

− Senti Firmato, se hai qualcosa da dirmi fallo, perché domani parti. − Mi toccò di nuovo, ma stavolta con gli occhi e arrivò fin dentro le viscere.

− Sì, devo dirti qualcosa. Vado a prendere da bere e te lo dico.

Quando Cencio mi vide arrivare dopo averle parlato e notò la mia espressione, tra il sorpreso e il terrorizzato, non credeva che fossi realmente io. Quello che di norma se ne fregava, si buttava a pesce e come finiva, finiva.

− Ci torni vero?

− Sì. Le prendo da bere e le dico tutto.

− Firmato…

− Sì, lo so, starò calmo e sarò diretto. Mica sono un imbranato…

− Firmato…

− …ho già rimorchiato altre ragazze, non è mica la prima volta che…

− Firmato − esclamò deciso, facendomi girare di spalle, − guarda.

Ed ecco che Simenon le stava parlando. Avevano smesso di suonare e si era fiondato da lei. Diretto, sicuro e spavaldo. Quello che non ero stato io. “Sono un coglione” pensai. Forse lo sussurrai. Di certo lo pensò anche Cencio, che tornò subito a parlare con la ragazza che aveva sotto mano. Mi girai di colpo, con le due birre in mano e andai ad appartarmi da solo come il più bastonato dei cani di questo pianeta. Non mi girai nemmeno e decisi di bermi le mie due birre e sguazzare nel misero fallimento, nel quale quella ragazza mi aveva trasformato.

Ma non pensate che sia finita. Vi ho detto che questa storia è particolare e mi ha segnato, rimanendomi dentro. Pochi minuti dopo il mio esilio autoimposto, che a me sembrò un’eternità, sentii dei passi dietro di me. Pensai fosse Cencio e come nelle scene più cinematografiche che esistano, non mi girai nemmeno.

− Ma dove sei finito, ti ho cercato ovunque.

Era lei. Era lei ed io non lo credevo possibile. − Ma non eri col francese?

− Ero. Ma perché non mi hai raggiunto?

− Pensavo ti interessasse lui.

− Ti arrendi così facilmente, Firmato Rivero?

− Di norma, no. Ma non mi sembravi convinta.

Stette un po’ in silenzio e poi mi tolse la sua birra dalle mani e cominciò a berla. − Non sei curioso di sapere cosa mi ha detto?

− Ci avrà provato di certo.

− Ma è interessante il come.

− Dimmi.

− Si è avvicinato a me, in questo modo − e così facendo si mise a pochi centimetri dal mio viso, − e mi ha detto, con quel suo accento francese, “hai la pelle crassa”. − Detto questo scoppiò a ridere e io ovviamente appresso.

− E tu?

− Mi sono messa a ridere e me ne sono andata, che altro.

− Saggia decisione.

− Firmato.

− Dimmi.

− Posso baciarti?

Non credo sia il caso di dirvi come proseguì la serata nei dettagli, anche se sono quelli che adoro di più. Se vi state chiedendo cosa risposi, fu “sì”. Mi baciò. Poi io baciai lei e lei ribaciò me. Andammo nella mia stanza e il resto lo tengo per me. Non vi dirò cosa è accaduto in quella stanza. Certo vi dirò, come avrete già intuito, che la sua bellezza era sconvolgente. La cosa che mi affascinava di più del suo corpo erano le sue gambe. Statuarie. E glielo dissi, la mattina seguente quando ci svegliammo, durante la colazione. Le dissi: “le tue gambe sono i pilastri sui quali costruirò la nostra casa”. Lei si mise a ridere, mi baciò e qualche ora dopo ero già in macchina, direzione Torino.

Ecco una storia di sorprese, magari anche banali, comuni, ma pur sempre sorprese. La bellezza dell’inaspettato che ti piomba addosso e la sorpresa nello scoprire la vulnerabilità di noi stessi di fronte a qualcuno, soprattutto nel momento in cui crediamo di essere indistruttibili. Mi innamorai? No. Forse sì. Non lo so. Non saprei dirvi con piena certezza. Di certo mi sconvolse e, come tutte le cose che sconvolgono, mi rimase dentro per sempre. Come quei doppi passi. Cambiò in parte la mia prospettiva e mi fece piacere un tipo diverso di musica. Quando ci salutammo fu dolcissima e io ero davvero al settimo cielo.

− Allora ci si vede questa estate?

− Certo, mi organizzo e scendo a Torino. Poi mi porterai al mare in qualche posto caldo e carino?

− Ti porterò dove vorrai.

− Bene − disse prima di baciarmi, − sarà magnifico.

Neanche a dirlo, quell’estate non venne. Di lei mi rimasero quei tre giorni. Due di conoscenza e platonico scambio e uno di appassionata e travolgente frenesia. Il 2 gennaio del 1958 fu l’ultima volta che la vidi. Ma adesso, a ogni nota Country o Blues che mi arriva alle orecchie, ripenso immediatamente a lei e a tutto quello che fu per me.

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