Sempre sia l’odiato – Cap.1

 

Sempre sia l’odiato

(Cronaca imprevista e non voluta di una commedia tragicomica, al crepuscolo dei miei trentaquattro anni vissuti come peggio ho potuto, ma anche no)

Capitolo 1

Io sono morto. Sì, è successo. Lo so, fa schifo, è terribile, è una sciagura, ma è così. Non sono di certo il primo e, fidatevi, non sarò nemmeno l’ultimo. Ora, se smettete di toccarvi le palle, posso continuare a raccontarvi com’è andata. Dicevo, sono morto e l’unica stupida cosa che mi viene in mente sono le piastrelle del bagno di casa di mio padre. Erano divise in due parti, sotto azzurre, tutte quadrate e in ordine e sopra bianche a rombi. A dividerle c’erano delle fasce, sempre in marmo, ornate a fiori e colorate salmone e azzurro. Il salmone sopra e l’azzurro sotto. Quando stavo seduto sulla tazza, la mia inezia mi portava sempre a guardarle e lo sguardo si soffermava sempre sull’unica piastrella a fascia di marmo che era messa al contrario, azzurro sopra e salmone sotto.

Ora dico, ma quale genio della piastrellistica, (per intenderci, credo che la parola “piastrellistica” non esista, ma mi garba usarla e almeno da morto fatemi fare ciò che voglio), che ha il semplice compito di incollare delle piastrelle in un unico verso, si concede il lusso di sbagliare. Ma come si fa a fallire in un compito semplice come questo. Incollare una piastrella.

Era questo il pensiero che mi attraversava, mentre stavo accanto la bara che conteneva il mio corpo. Intanto la chiesa si stava riempiendo di gente. Tante. Troppe, a dire il vero. Chi si immaginava che stessi simpatico a così tanta gente. Quand’ero in vita pochissimi di loro avevano comprato i miei libri eppure, adesso, erano tutti lì, ad intristirsi per la mia prematura scomparsa. “Adesso venderò un botto”. Ecco, questo era il mio secondo pensiero. Comunque continuano a entrare, si sistemano in file ordinate e restano a guardarsi intorno, come tanti pinguini che si cercano a vicenda e si stringono per darsi calore.

Dire che non era quello che volevo mi sembra banale, visto che la mia idea di funerale doveva essere un’altra, ma come non mi ero imposto al tempo io, quando fu per mia madre, probabilmente non si erano imposte per me le persone che sapevano come volevo andasse e alla fine aveva vinto la società, con i suo riti culturali, la sua tradizione e il suo disinteresse per i voleri e le opinioni altrui, specie verso i morti, che non ti possono dire più nulla, non apertamente almeno. L’importante è l’apparenza. Ah, dannate apparenze.

Io volevo essere cremato. Non sopportando l’idea di essere divorato dal tempo e dai vermi, volevo mi cremassero, unissero le mie ceneri a quelle di Pimpa e le spargessero nella spiaggia del Castello [“La spiaggia delle sirene”, posto di mare a Marina di Palma di Montechiaro, Agrigento]. Luogo nel quale persi la verginità, dove provai la prima emozione quando sfiorai la mano del mio primo amore, dove coi miei amici mi godevo il mare e i pochi momenti di vera pace estiva, dove nel mio periodo buddista, quando non persi totalmente la bussola, ero solito recitare al tramonto. Ma sono morto prima di Pimpa e nessuno ha fatto ciò che ho chiesto. Non l’hanno neanche portata qui. Poi avrei voluto una festa, tutti ubriachi a cantare le mie canzoni, a leggere passi dei miei scritti e a terminare la serata con un’orgia comune. Ma niente, eccomi dentro quella bara a guardare sti pinguini. Che tristezza infame.

Vedo qualcuno piangere. Parenti a parte e manco tutti, c’è anche qualche amico e manco tutti. Dai, cazzo, vi ho detto di non piangere. Ma perché nessuno fa mai ciò che dico. In fondo cos’è non mi potete vedere più, né sentire e lo capisco, piacerebbe anche a me, ma almeno adesso sapete che parecchi miei problemi sono risolti definitivamente e poi ho finalmente scoperto cosa c’è dall’altra parte. O meglio, lo scoprirò dopo sta farsa. Certo al momento sono qui a guardare sta pantomima, ma più tardi sarà un mondo di novità. Sono in fibrillazione. Quindi su con la vita, la vostra.

Ecco la disposizione. In prima fila i parenti più prossimi, a seguire gli amici e poi i pinguini. No, dai scherzo, qualche pinguino è anche tra le prime file. Su, scherzo, datemele buone. Non ce l’ho con voi, è che sono morto, porca puttana. Potevo stare tra di voi a sentire le innumerevoli prediche che sviolineranno in mio onore, preti e accorsi. In onore o in omaggio, non lo so mai. Ecco che suonano l’organo, di norma hanno una tastiera, mentre per me c’è l’organo. Alla faccia vostra, grazie mille.

− In piedi. In nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Preghiamo per il nostro Giuseppe.

Vostro? Ora mi chiedo, ma che ci faccio qui. Un pagano tra i fedeli, un miscredente tra i credenti. Io volevo la baldoria e mi daranno i sermoni, volevo i negroni (che detto così suona piuttosto male) e mi daranno il vino, il che ci potrebbe anche stare, volevo la pizza e mi daranno l’ostia, alla fine invece dell’erba mi toccherà anche l’incenso. E pazienza. Ma almeno quattro frasi a fine sermone, messe bene bene, qualcuno le dirà? Nutro profondi dubbi in merito.

Ora vagliamo le facce dei parenti. Certo c’è da pensare, sono tutti assorti e chinano il capo alle parole del prete. Prima ha cominciato con le solite frasi di rito, ora mi sta ricordando, come se sapesse tutto di me. Fanno sì con la testa mentre lui ricorda quanto fossi buono con tutti e premuroso e incline al bene, e mi viene il dubbio che neanche loro mi conoscessero poi tanto. Certo è terribile parlare di se stessi al passato. Comunque, non mi conoscono. Non che fossi una merda, anche se qualcuno potrebbe benissimo affermarlo, ma non ero neanche questo campione di bontà. Il problema è che la gente scambia la buona educazione per bontà, ma molto spesso sotto il sorriso si nascondono sempre pensieri non proprio candidi. Solo per chi se li merita, intendiamoci, ma è giusto così.

Mi ricordo quando assistetti al funerale di quel mio zio, un uomo buono che a causa di una vita non altrettanto buona con lui, versò in condizioni fisiche e mentali precarie e di conseguenza venne isolato quasi da tutti. Durante la predica in suo onore, i parenti chinavano il capo in senso di assenso alle parole del prete, come a voler dire “eh, sì, dice bene, padre. Gli siamo stati vicini e abbiamo fatto tanto per lui”. Già, bello parlare quando nessuno può replicare perché sta dentro una cassa di legno. Mi sento un po’ così, ecco. Ma pazienza.

Adesso però arriva il bello, le letture. A quest’ora, alla mia festa, la bestia di turno proponeva un Beirut, o per i profani un Beer Pong e giù sbornie e bestemmie, ma qui mi tocca sorbirmi ste due suore in fila, in attesa del loro turno. La prima a salire sul pulpito è, senza la benché minima ombra di dubbio, Yoko Ono formato missionaria con l’imene ancora intatto e l’accento strano. Le somiglia così tanto che mi sta venendo il serio dubbio che sia realmente lei e stia per improvvisare “Soul got out of the box”, come a volermi spronare a risorgere, insomma. Ma le parole “Dio è l’unica cosa che ci serve” mi stanno riportando sulla terra.

La penso proprio come Daniele Luttazzi, se la risposta è Cristo, o nel caso Dio, la domanda è sbagliata. Dovreste tutti cercare di ritrovare la vostra umanità e mortalità, invece di concentrarvi e desiderare ardentemente una dimensione divina di speranzosa immortalità. Tutti a pensare di meritarla per altro, questa dimensione, come se voi rinomati credenti, che vi riversate in chiesa la domenica, vi comportiate negli altri giorni come retti cristiani. Nessuno lo è, ma ognuno lo crede. Nessuno segue i precetti e credetemi, nessuno di voi è degno. Tanto per citare Thor, in “The Avengers, age of Ultron”. E poi dice che il cinema non insegna nulla. Tutti a fare le mie stesse cose, se non peggio, a crogiolarvi nel perdono solo perché voi avete fede. Questo grazie all’innovazione religiosa inventata da saggi sapienti, strateghi del marketing delle anime, che tantissimo tempo fa decisero di trasformare la parola “terrore” in “amore”, perché se seguiste l’antico testamento, dovreste essere tutti divorati dai leoni o passarvi l’un l’altro a fil di spada. Ma pochissimi, se non nessuno di voi, hanno mai letto la Bibbia per intero, non è così? Magari sono gli atei come me che l’hanno letta, nel mio caso due volte. Per cultura personale la prima, per devozione al mio lavoro la seconda. Mentre voi abbassate il capo e vi prendete tutto, senza sapere neanche il perché. Vi bastano due schizzetti di acqua, quattro paroline in croce e siete condonati dai vostri peccati, tanto è una religione fondata sul perdono. Ma vi svelo un segreto, non funziona così. Tutti sempre a criticarmi quando ero in vita, tutti a dire “un giorno vedrai, Dio ti giudicherà, tu non ascoltare e poi vedrai”. La mia risposta, alla luce di tanta ipocrisia, non poteva che essere la seguente: “ma non è colpa mia se sono ateo, è che Dio non esiste”. Ma nessuno mi prendeva sul serio. Torniamo a sta messa va’.

La seconda suora a salire, ve lo giuro sulla mia vita, è un Ewok. Ha le stesse sembianze dell’Ewok di Star Wars VI, quello che si affeziona alla principessa Leila, quello che sembra un orsacchiotto guerriero e che in effetti è un orsacchiotto guerriero e cazzutissimo. Solo che lei ha meno peli, il che mi sorprende ancora di più. Battutaccia. Comunque, a sentirla parlare, ricorda molto Marina Massironi quando narrava “I Bulgari” di Aldo, Giovanni e Giacomo. Questa piccola donna, mezzo Ewok e mezza suora, è dotata di un’espressivissima inespressività. Talmente piatta che credo non le vada per niente di leggere e sia stata costretta a scudisciate di cilicio. Oddio, mi è venuto in mente il film di Mel Gibson, “La passione di Cristo”. Film che le catechiste fanno vedere ai ragazzini durante il catechismo. Quale più grande diseducativa azione possa eguagliare questa, ancora me lo domando.

La chicca meravigliosa arriva adesso, il prete è tornato alla carica e sta leggendo una parabola. Ora, il termine parabola mi fa pensare prima al calcio e poi a qualcosa che una volta lanciata, compie un turbinoso giro e ritorna al suo proprietario. L’idea del ritorno dovrebbe far risvegliare la coscienza a chi ascolta e sarebbe anche un bene, se queste perle religiose non fossero piene di un tornacontismo che poco c’entra con il comportamento umano e buonista e ancor meno c’entra col mio funerale, dannazione. Non ci credo, ha appena raccontato la solfa inascoltabile delle dieci vergini. Parla delle vergini che devono incontrare lo sposo, che nella parabola rappresenta Gesù. Cinque sagge che si portano olio e fiaccole e cinque stolte, solo con le fiaccole. In breve, le sagge, disadattate ed egoiste, non condividono l’olio con le stolte, che poverelle hanno commesso il peccato della disattenzione e della leggerezza d’animo e quindi, umiliate, vengono spedite a comprare l’olio. Intanto lo sposo arriva, si carica le vergini sagge e chiude le porte di casa. Quando le stolte tornano e chiedono di entrare, lui, dall’alto del suo scranno, dice testualmente: “In verità vi dico, io non vi conosco”. Condannandole a una vita di stenti e fatiche.

Ora, premettendo che sta parabola con me, la mia vita e il mio stramaledettissimo funerale non c’entra nulla, mi sorgono delle domande non poco rilevanti. In primis, che cazzo te ne fai di dieci vergini? Ma lo sai che immani prestazioni sessuali dovrai mettere in atto per soddisfarle tutte, ogni giorno, per tutti i giorni. Almeno di norma è così che fa un uomo, poi de gustibus. E ti è andata bene che ne hai lasciate cinque fuori. Secondo, la tua religione non predica il perdono e l’aiuto? E le lasci fuori? Terzo, e qui mi fermo, ma sta famiglia tradizionale, ora come la fai?

Che poi se vogliamo parlare di famiglia tradizionale, basata su quella di Gesù, ne avrei cose da dire. Cioè, Gesù tecnicamente nasce da un’inseminazione artificiale, dove il suo vero padre non si fa vedere fino a dopo la sua morte, che colmo dei colmi ha ben architettato fin dall’inizio dei tempi, il suo patrigno si accolla sta favola pur di non passare per lo zimbello della città e si abbozza ste corna, quindi qui scatta una sorta di adozione non voluta e sua madre, come se nulla fosse, fa buon viso a cattivo gioco per un progetto di cui nessuno ha mai capito il perché. Cioè, tutta sta storia per morire in croce per noi, redimerci dai peccati che lui ci ha dato e che ha stabilito che siano peccati, farci capire quanto è grande sto strapotere e lasciare comunque tutto proprio com’è. Ma perché? Che bisogno c’era? Boh. Io faccio domande, le risposte datevele da soli.

Ora, favolette a parte, qui siamo alle preghiere pre-comunione. È figo perché per la prima volta potrò guardare e non essere guardato, come uno dei pochi che sta fermo, non recita, non muove le mani e roba simile. Qualche mio amico lo fa, altri no, ad altri sembra brutto non farlo e ad altri ancora sembra brutto farlo, come se mi disonorassero facendolo o mi dovessero qualcosa. Che strani. Quanto è strana la mente umana. Ora, la maggior parte dei pinguini, di tanto in tanto alza la testa e si guarda intorno. Le cose sono due o vogliono assicurarsi di stare facendo la cosa giusta o vogliono assicurarsi che non ci siano orsi polari nei dintorni. Le file più lontane discutono, che mancanza di rispetto. A qualcuno suona perfino il cellulare. Questo è quasi peggio delle piastrelle del bagno. Ma se stai entrando in chiesa, staccalo sto cellulare. Spegnilo. Leva la suoneria. Falla una cosa giusta nella vita, maledizione. Niente, mi sto agitando. È che non hanno il benché minimo riguardo. Il gruppo dei miei amici, quelli che davvero mi conoscono, stanno parlottando di qualcosa, almeno loro mi danno un po’ di soddisfazione. Potrei dirvi ciò che pensa ognuno di loro. Uno si sta chiedendo se trovare un posto isolato, ma ben visibile, per mettere in scena il suo dolore, come io vorrei che facesse per ovvi e cinematografici motivi che solo noi possiamo capire. Uno pensa a come potrebbe illuminare meglio la mia bara, per permettermi di rendere meglio e ogni tanto butta un ululato di richiamo, magari lo sento. Uno che non mi potrà più curare il cervello. C’è chi corregge a mente il discorso umoristico che tanto non dirà e che un giorno mi ha promesso. C’è anche chi guarda tutta la gnocca presente e si immagina che probabilmente io stia facendo lo stesso da chissà dove. E poi chi pensa che da questo potrei tirare fuori un racconto che non leggerà nessuno, ma in fondo sa che poco me ne frega, perché alla fine faccio ciò che più voglio e sia per me che per lei resta “tutto molto tanto”. E poi c’è il solito che ride sempre, forse per la cadenza del prete, che diciamolo, oltre ad essere un tantinello comica, volendo spezzare una lancia nei suoi confronti, riesce a catalizzare l’attenzione di tutti. Onore al merito.

C’è una signora totalmente assorta dall’estasi della preghiera e delle parole del prete. Poco fa è caduto il catenaccio basso del portone, facendo un botto che è risuonato in tutta la chiesa. Sta signora ha fatto un salto che manco se le avessi urlato in un orecchio. Che strana tanta osservanza, tanta devozione, quasi non la riesco a comprendere appieno. Rende così devoti, così servili, allontanando dal libero pensare. Io non lo volevo il funerale in chiesa e poi mi vengono sti pensieri e divento noioso. Distraiamoci.

Ora si dispongono in file e si prendono il corpo di Cristo, che detto così suona malissimo. Il prete prende delle ostie, le ammoglia in quello che credo sia vino o acqua, o vino e acqua insieme. Comunque, si bagna anche le dita in quella brodaglia e poi le ficca in bocca alle persone. A mio modesto parere, è una cosa molto poco igienica, ma forse per la maggior parte delle persone non è così e sono convinte che il signore non possa fargli prendere un qualsiasi virus proprio mentre ricevono un tale sacramento. Io per sì e per no, preferirei evitare, poi ognuno coi germi suoi. Adesso il prete quella roba se la sta anche bevendo e pare gli piaccia pure. Mi sto sentendo male. Meglio concentrarsi su altro.

Forse non vi ho detto che i preti sono due. Mica uno, due ce ne volevano per me, come a dire: qui serve un po’ d’aiuto, che da soli non si va da nessuna parte. Si scambiano, parlano a turno e uno è palesemente più lento e viene guardato con occhio tra il torvo e il paziente dall’altro. Insomma, tutto sommato sto teatrino non è mica poi tanto male. Ora mi faccio un giro e guardo meglio chi becco tra le fila.

Allora, abbiamo i miei genitori, i nonni, gli altri parenti e tutto il resto fino alle porte di uscita. C’è chi è proprio annientato. Che cavolo di situazione. Chi sta pensando che forse ora comincerà a dipingere davvero e seguirà i miei consigli. A proposito di dipingere, c’è mio cugino, quello appunto che come suo padre dipinge, che sta piangendo. E pensare che adesso starebbe bevendo birra e facendo gare di rutti con chi so io. Ma perché nessuno mi ascolta mai. Ci sono facce miste. C’è chi sembra crederci davvero e chi no, chi ha la faccia disperata e chi sta pensando a cosa scriverà su Facebook, una volta arrivato al bar per l’aperitivo. Qualcuno messaggia compulsivamente. Ah, poi c’è il solito che pensa al calcio e a quanto la sua squadra sia cazzuta rispetto alle avversarie, che sono piccole, inutili e inferiori. “Ma almeno durante il mio funerale, vuoi attivare il cervello, cazzo”. Niente, non mi può sentire. Sono tipo Patrick Swayze in Ghost, solo senza una Whoopi Goldberg che mi faccia da tramite. Sai quanti cazzotti darei, in quel caso. Fermi tutti. Guarda un po’, una faccia soddisfatta. Sembra contenta. E non me lo immaginavo che gli stessi così tanto sui piedi. Ma perché mai poi. Non so che pensare. Aspettate un momento, fermi tutti. Incredibile, lei sta piangendo. E chi pensava che anche lei fosse capace di farlo, non credevo neanche che venisse. Dovevo morire per farle provare un briciolo di emozione. Che storia. Basta guardare sti volti, che tanto ormai è inutile. Pensiamo a vedere come va a finire.

Yoko e l’Ewok sono tornate alla carica, altre letture e adesso ancora il prete lento. Spende le ultime parole, gli ultimi elogi. Se avesse letto i miei romanzi non la penserebbe così. Dice anche che non serve essere riconosciuti da tutti e cercare di apparire in cima alla società, per essere nella grazia di Dio e che ci riesce chi resta comunque umile e si prodiga per il bene delle persone che necessitano di una mano. Grande pensiero. Ma sai che sto prete alla fine di sta fiera, non mi dispiace poi tanto. Sembra che dica cose tutte sue e poi alla fine se ne esce sempre con qualche chicca sparata bene, che fa secchi tutti. Un mito. Anche quello che lo guarda un po’ torvo, annuisce. Ora chiede se qualcuno voglia spendere due parole. Dai uno che si alzi e dica: “e adesso diamo fuoco a sta bara, tutti nudi e che scorrano fiumi di alcol in sua memoria” o al massimo qualcuno che tiri un bicchiere a caso tra la gente e poi scateni una rissa. E lì, giù applausi e tutti a dimenarsi e scombinare le cose. Niente, nessuno parla e chi vorrebbe sta troppo male per farlo. Manco uno sketch comico o due battute da parte di chi ste cose le sa fare e le aveva promesse, anche lui è piegato in due dal dolore. Magari faranno tutto più tardi, in privato. E io non ci sarò. Che palle.

Hanno già affrescato i fiori con spruzzi di acqua e sparso l’incenso, aroma che scatena nei pensieri di alcune persone che conosco immagini contrastanti e flussi di memoria che conducono a ricordi inconfessabili, quanto impossibili da dimenticare. Da tatuarseli addosso, per dire. Adesso mi prendono in spalla e mi portano in auto, siamo quasi fuori. Spero solo che si siano ricordati delle mie canzoni, quelle che dicevo sempre di volere al mio funerale. “Cold wind” degli Arcade fire e “Il salto” di Leo Pari. Aspetta, ecco che parte la prima. Dai, grazie, almeno questo. Un po’ di buona musica. Ora si da la mano, perché qui i parenti si prendono le condoglianze così. Poi via, tutti al cimitero. Volevo mi mettessero almeno a terra e invece, tomba di famiglia. Ho già visto la foto, potevano scegliere di meglio, ma a sto punto, frega pochi cazzi. Prima c’è stato un mio amico che si è anche fatto un selfie con la mia bara dietro e ha ridacchiato come sa fare lui. Che banda di matti.

Comunque, di bello c’è che adesso si scopre cosa c’è dalla famosa “altra parte”, voglio dire, mica girerò in eterno come un cazzone tra sti pinguini. Manco posso interagire, manco posso scrivere, per Dio, non posso neanche mangiare né toccare una donna. Qui rischio davvero di finirci secco. Ecco che si allontanano con me dentro. Quando arrivi scrivimi, eh. Non è che ci perdiamo e te ne dimentichi come fai sempre e poi accansi scuse [“Accansare scuse”: tipica espressione siciliana che invita se stessi o gli altri a non intrattenersi in azioni inutili, col fine di scusarsi]. Dai, in fondo sei stato un cazzone in vita, diciamolo. Poca voglia di prendersi sul serio, abbastanza svogliato, disordinato al punto da far credere ai ladri che qualcuno era già passato, molto stronzo anche con chi non lo meritava, malvolentieri piegato a tutte quelle responsabilità non richieste, sottomesso alle proprie malate e perverse voglie, spesso iracondo, sessualmente dipendente, incostante per necessaria scelta di conservazione, eterno ragazzino che manco Morandi le fa le cagate che facevo io. Facevo io. Facevo. Che tristezza.

Okay, vanno via tutti. È finita. Resto da solo. E adesso, che ne sarà di me? Ma quello che è, un autobus?

− Sei tu Giuseppe Iacolino?

− Sì, sono io.

− Giuseppe Iacolino lo scrittore.

− Sì, Giuseppe Iacolino lo scrittore.

− Siamo sicuri, non è che non sei tu?

− Sono io, sicuro come la morte.

− Perfetto, sali.

− Si fa presto a dire sali. Scusi, dove porta?

− Mi avevano detto che sei un tipo che fa mille domande.

− Mille… una gliene ho fatta e mi sembra il minimo.

− Andiamo a trovare Dio, in paradiso.

− Se, vabbè. Dai, serio, dove andiamo che vorrei riposare un po’.

− Mi avevano anche detto che sei parecchio stronzo.

− Ma come si permette? E poi che si dicono parolacce in paradiso?

− Dipende. Sali, che Dio ci aspetta.

− Ehi, aspetti un attimo, ma è serio per davvero?

− Mai stato tanto serio in tutta la mia morte.

− Perché, è morto anche lei?

− E se fossi vivo starei qui, a guidare sto bus, per uno che lagna come te?

− Beh, penso di no.

− Ecco, vedi, se ti impegni pensi bene. Ora sali che a Dio non piace aspettare.

− Questo mi sembra un paradosso.

− Che?

− Che a Dio non piaccia aspettare. È un paradosso bello e buono.

− Dio, ma perché non ho accettato quel posto come netturbino.

− Quindi, mi faccia capire, sono morto e sto andando in paradiso da Dio?

− Sì.

− Ma io, al massimo, avrei pensato di finire all’inferno per i miei peccati. Ora lei mi sta dicendo che finirò in paradiso?

− Sì.

− Dio è proprio misterioso.

− Lo è anche troppo. Ora paga il biglietto e sali.

− Pago il biglietto?

− Sì. Paghi il biglietto come tutti. Mica sei speciale, tu.

− Ma perché, si paga per andare in paradiso?

− E che ti sembrava gratis?

− Gratis, no. Oddio, non ci ho mai pensato a dire il vero.

− Che ti aspettavi, un teletrasporto alla Star Trek?

− No, di certo. Ma dico, un bus. Andiamo, siamo diretti in paradiso, mica al Motel San Pietro [Stazione di servizio e sosta obbligatoria degli autobus, sulla strada che collega la provincia di Agrigento a quella di Palermo].

− Senti, mi stai seccando. Come puoi vedere da te, ho altra gente dietro. Vedi di sbrigarti.

− Ma io non ho soldi.

− E ti pareva. Non ha soldi. E oggi è pure lunedì, sta settimana non finirà mai. Forse sono davvero ancora in tempo a cambiare mansione.

− Che dice?

− Niente, niente. Ecco le indicazioni, te la fai a piedi, allora. Ti saluto.

− Ma non può farmi credito e magari pago quando arriviamo su.

− Sì, come no, credito. Ma dove ti sembriamo. Te la devi fare a piedi.

− Come a piedi? Su, per favore. Mi lascia qui?

− Segui le indicazioni e al bivio vai a destra, la strada ripidissima in salita. Mi raccomando, non sbagliare. Quella ripidissima in salita. Usa le scale, mi raccomandano o ti schiacciano.

− Mi schiacciano?

− Sì, ti schiacciano. E non prendere quella a sinistra, quella col tapis roulant. Quella porta in basso. Si scende, giù in basso, non so se mi spiego.

− Si spiega benissimo, guardi. Alla perfezione.

− Bravo, giovane. Su con la vita. Ci vediamo su. E sbrigati che ti aspettano. Addio.

− Fanculo. Questa storia comincia malissimo.

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