21 CAP. 11 – “M come Mesotelioma”

(Giorno 11)

Avete mai visto “The Walk”, il film biografico su Philippe Petit, funambolo francese che nell’agosto del 1974 fece la traversata delle Twin Towers, le Torri Gemelle nel World Trade Center di New York, su di un cavo d’acciaio, senza protezioni?

Ecco. Ora mi sembra ovvio fare il riferimento al film, visto che molti di voi sapranno di questo evento grazie a lui. I più saranno troppo giovani per ricordarselo. Dicevo, l’esempio calza perfettamente. Per spiegarvi la mia situazione nel 1992 devo velocemente fare un salto indietro al 1974. Ero con Vera a bere a casa mia e attraversavo un periodo di grande transizione. Da un lato era nato il pensiero di voler ritornare con Eleonora, dall’altro la spasmodica voglia di vivere la mia vita come stavo facendo.

− Ecco, tu sei come questo Philippe Petit − mi disse Vera, mentre si spingeva sulle ginocchia, tipica posizione che assumeva quando doveva spiegare qualcosa con fervore.

− Francese e con una smodata passione per la fica?

− In quel caso mi sbaglierei solo sulla nazionalità.

− E meno male.

− Ascoltami, scemo − troncò il mio solito dissimulare, − tu sei come sto funambolo. È come se dal nulla ti mettessero sulla cima di sto palazzo e tu devi raggiungere l’altra parte. Tu però sei all’interno delle nuvole e non vedi quanto sia lontano l’arrivo e a un certo punto, dopo tanto camminare in equilibrio, arrivassi a chiederti se ti conviene di più tornare indietro, visto che conosci la strada percorsa o proseguire e tentare di arrivare, pur non sapendo se l’altra parte è a due passi o ancora lontanissima. E intanto continui a camminare e camminare e camminare e camminare. Ma ricordati che prima o poi, per quanto tu possa essere bravo a vivere in equilibrio, arriverà il momento in cui ti cederanno le ginocchia e cadrai nel vuoto.

− Quindi, che dovrei fare secondo te?

− Scegliere. Tu non scegli mai. A questo punto, invece, devi scegliere. O torni indietro o prosegui nel dubbio. Devi fare mente locale. Collocare le tue voglie e i tuoi desideri. Stabilire cosa ci sia dall’altra parte e cosa ci sia nel luogo dal quale sei partito, decretare a te stesso qual è la condizione dalla quale hai cominciato e che ti fa più piacere mantenere o mettere a rischio per un’altra. Spetta solo a te. Solo tu puoi. Perché in fondo, tu sai davvero quello che vuoi e vuoi essere davvero quello che sei.

− Porca puttana, Vera. Ma non avevi proprio niente da fare oggi?

− Ho certi cazzi per la testa anch’io che manco ti dico, guarda.

In effetti era così che mi sentivo allora. In equilibrio precario. Quella pazza di Vera ci aveva preso in pieno. Ma che volete farci, è sempre stata così, diretta e spietata, nonché terribilmente obiettiva, almeno per quanto riguardava gli altri e soprattutto per quanto riguardava me. Nel 1992 stavo rivivendo praticamente la stessa sensazione del ’74. Dovevo decidermi sul da farsi e sulla piega che dovevo far prendere alla mia vita.

Avevo cinquantasette anni, un matrimonio alle spalle che aveva lasciato i suoi residui sotto le sembianze di una moglie che adesso si era risposata con l’ortopedico di fama mondiale Beniamino Vizio e qualche tempo prima avevano anche avuto una bellissima bambina. Poi dovevo fare i conti con un figlio che mi aveva confidato l’intenzione di sposare il promettente avvocato milanese che qualche tempo prima mi aveva presentato, la brillante Alba Fallace e io sapevo che in quel periodo una stola di avvocati sarebbero serviti. Il motivo era che chiudevo i battenti. Addio alla mia azienda. La legge numero 257 metteva fine alla mia produzione e vendita di amianto.

− Quindi la tua vita è una merda, possiamo confermarlo?

− Conferma pure quello che vuoi − risposi a Clementino.

− Dai, non essere così negativo. Sappi che potrebbe sempre andare peggio. Potresti campare fino a cent’anni.

− Se continui ad avere questi gusti in fatto di ristoranti, ne dubito fortemente.

Clementino Schioppa era in anno sabbatico nel quale aveva deciso di girare il mondo e si era preso una vacanza dalla vacanza, per venire a consolare il suo amico di infanzia, cioè me.

− Quindi lo spettacolo va alla grande. Ma non capisco perché vuoi abbandonare la satira per dedicarti al teatro.

− Voglio cambiare, provare cose diverse. Non credi sia necessario cambiare ogni tanto?

− Io cambio soltanto quando comincia “Colpo grosso”.

− Ma non dovrei essere io il comico tra i due.

− Hai ragione − mi scusai − non lo faccio più.

Quando finimmo di mangiare raggiungemmo il locale di Vera e Alfonso, loro non vedevano Clementino da più tempo di me. Tutto sembrò per un istante come se il tempo non fosse passato. Cicatrici, perdite, conquiste, vittorie, disfatte, tutto sparì per un po’ e poi tornò come sempre.

− Allora − esordì Alfonso, − mi hanno detto che ti stai vedendo da un po’ con la regina degli appalti vinti Zina Laurenti, ma è vero?

− Diciamo di sì.

− Sta costruendo mezzo mondo quella là.

− L’unico che non lavora più sono io.

− Dai Firmà − intervenne Vera − hai più soldi di tutti noi messi assieme.

− Ma meno coscienza − aggiunse Clementino, alzando il bicchiere in senso di brindisi e riferendosi alla giovane Marinella, che avevo più volte incontrato.

Io lo seguii sorridendo e pensando che ero davvero una brutta persona, ma che in fondo non me ne fregava più di tanto. − Sapete come si dice − risposi, mandando giù il bicchiere di colpo, − ora la sto pagando, ho chiuso. Mi sa che peggio di così non si può andare.

Di norma, quando le persone si lasciano sedurre dal fascino di una tale affermazione, la vita e il suo infinito e cinico senso dell’umorismo ti bussano alle spalle e senza chiederti il permesso te lo buttano dentro.

Quando la chiamata arrivò avevo appena smesso di fare l’amore con Zina. Mi vestii in fretta e furia e corsi in ospedale. Quando lo vidi non mi sembrava possibile, così, all’improvviso e senza nessuna avvisaglia, mio padre era stato ricoverato per un improvviso malore. Dopo le prime e immediate cure chiamai un amico gestore di una clinica fuori Roma.

− Ciao Domenico, sono Firmato.

− Quanto tempo, ciao. Come va?

− Scusa il disturbo, ma chiamo per mio padre. Si è sentito male e vorrei portarlo in un posto migliore. Per questo ho pensato a te.

− E che problema c’è, portalo pure, ci penso io.

Domenico Pio Fulvo, era un mio amico d’infanzia che si era trasferito a Roma, dopo non so quanti e quali studi, a mio parere troppi e aveva aperto questa clinica privata, con ogni sorta di comfort. Ci sono due cose da sapere su Domenico, la prima era la sua grande propensione al “ci penso io” e la seconda era l’amore incredibile che aveva per sua figlia Iside, bellissima ragazza che aveva avuto con una donna che noi non avevamo mai visto. Era partito per non si sa dove subito dopo il mio matrimonio con Eleonora, nel ’65 e quindici anni dopo, finito il suo peregrinare, torna con questa ragazzina di quasi quindici anni, che adesso era coetanea di mio figlio Bernardo.

− Carissimo Firmato, accomodati. Vuoi un caffè?

− Certo, grazie Domè.

− Ci penso io. Matilde − disse, premendo un pulsante del telefono, − portaci due caffè.

Il suo studio era molto accogliente e lui, con il suo solito modo affabile, sapeva mettere a proprio agio chiunque.

− Ti sei sistemato proprio bene, non lo ricordavo così questo posto.

− Tu sei venuto solo un’altra volta prima di questa, per un dolore alla schiena se non ricordo male.

− Ricordi bene.

− Hai visto. Questa è una mente di ferro. Non scappa nulla. Ah, ecco i caffè.

Matilde entrò e posò le tazze sulla scrivania.

− Matilde, quante volte ti ho detto di portare lo zucchero di canna al posto di quello bianco?

− Mi scusi, dottor Fulvo, prometto che non ricapiterà più.

− Niente scuse, siamo sempre alle solite. Porremo rimedio più tardi.

− Come desidera − concluse lei uscendo.

− Vedrai − mi disse, − ci penso io a lei.

− Domè − gli dissi mentre zuccherava i caffè, − non ho potuto fare a meno di notare il sorrisetto di Matilde mentre usciva, nonostante fosse stata rimproverata.

− E allora?

− Non è un atteggiamento normale, no? Anzi mi sembrava parecchio particolare.

− Firmato, ci sono cose che anche tu riesci a capire.

− Sei proprio pericoloso.

− Ti ringrazio, lo prendo come un complimento. Comunque, andiamo a noi. Tuo padre.

− Dimmi tutto − gli chiesi, con mal celata apprensione.

− Allora − si aggiustò, abbandonando il sorriso beffardo di prima e mostrando improvvisamente tutta la sua professionalità, − abbiamo eseguito tutti gli esami del caso, quando tuo padre è arrivato qua aveva ancora la febbre alta, una forte tosse e dolori al torace. Abbiamo quindi eseguito RX, TAC e tutti i controlli del caso e infine, come avevamo stabilito, una biopsia. I dubbi sono stati fugati. Il signor Rivero ha un mesotelioma pleurico e si è già esteso al pericardio.

− Dimmi come possiamo procedere?

− Ho parlato con gli specialisti e i chirurghi che se ne occuperanno. Inizialmente si pensava alla radioterapia, ma lo stato avanzato propone come unica via la chirurgia e sinceramente, non so quanto possa funzionare, anche perché lui non ne vuole sapere. Mi spiace darti queste notizie. Comunque tu lascialo qui quanto vuoi, che ci penso io.

Era così. C’era davvero poco da fare. Avevamo fatto ciò che era stato necessario per arrivare a ciò che volevamo essere ed ottenere e questo era il prezzo. Si chiudevano i battenti e con l’attività doveva chiudere anche il suo fondatore. Che bizzarra coincidenza. Avevamo prodotto ed esportato Eternit per tutti quegli anni e incrementato tantissimo alla fine e adesso, la fine era arrivata a chiedere il massimo del conto. Non mi restava che fare visita a mio padre. Quando entrai nella sua stanza sembrava mi stesse aspettando.

− Potevi aspettare che fossi morto per venire.

− Ma se ci siamo visti tre giorni fa e poi lo sai, ho avuto impegni. La chiusura, i licenziamenti, le denunce.

− Sì, va bene. Detto questo, io forse tiro le cuoia, quindi te la vedi tu.

− Come ho sempre fatto. A proposito, i medici dicono che l’unica alternativa possibile è la chirurgia, quindi mi sembra logico che fare…

− Col cazzo. Mai nulla ha attraversato la mia pelle in più di ottant’anni di vita e di certo non comincerò adesso.

− Ma se ti sei operato alla gamba vent’anni fa.

− Senti − replicò − ho detto niente operazioni. Fine della discussione. Quanto mi resta mi resta e come deve andare andrà. Tanto ormai quello che dovevo fare l’ho fatto, almeno per te. Piuttosto, leviamoci il dente. Sei stato un figlio bravo solo a fare soldi e a pensare all’azienda, al profitto, al lusso e al benessere. A farti la tua bella vita senza dedicarti alla famiglia, nel vero senso della parola, come un uomo responsabile e attaccato ai giusti valori. Della società, della religione e dei tuoi stessi parenti non te ne è mai fregato niente, non è così? Vergognati. Ecco, te lo dovevo dire prima di morire.

− Ti sbagli, ho fatto del mio meglio. Comunque grazie, molto gentile.

− Non mi sbaglio e non c’è di che e sappi, mi lasci con questo dolore nel cuore. Punto.

Ero abbastanza infastidito da quell’atteggiamento recriminatorio, ma non potevo scagliarmi contro di lui anche in quel momento, quindi feci orecchie da mercante. Aspettai un po’ prima di uscire, restammo in silenzio a lungo, giusto il tempo per far sedimentare dentro di noi il germe dell’insoddisfazione in maniera differente, in lui infatti si placava dopo lo sfogo e quello che aveva detto, mentre in me cresceva per la mancata replica che da sempre mi aveva contraddistinto. Non so perché lo feci, forse fu un impulso davvero irresistibile e oggi forse un po’ me ne pento. Mi alzai dalla sedia e mi diressi alla porta. − Buona fortuna − gli dissi, con un piede già fuori dalla stanza, − e comunque hai ragione, non me n’è mai fregato un cazzo di niente e di nessuno.

Passai a salutare Domenico, ma le tende del suo studio erano chiuse e Matilde non era alla sua scrivania. Era fin troppo chiara la natura del loro rapporto lavorativo. Gli lasciai un biglietto e ripromisi di chiamarlo. Tornai a casa, telefonai a mio figlio e gli raccontai tutto. Poi mi misi davanti al televisore. Qualche ora dopo squillò il telefono. Dall’altra parte c’era Domenico, aveva chiamato per dirmi che il signor Bernardo Rivero era deceduto. Non era stato il Mesotelioma attraverso il versamento pleurico, non era stata la chirurgia con i suoi ferri e le anestesie e neanche il tempo e i suoi inganni. Ero stato io, suo figlio, con una forte dose di dolore e dispiacere.

2 risposte a "21 CAP. 11 – “M come Mesotelioma”"

  1. Ravanella ha detto:

    Ho sempre associato mentalmente Firmato, al protagonista de ” La grande bellezza”.
    Lo immagino frivolo, spietato, calcolatore, pervertito.
    Buona parte delle persone della sua vita sono come lui: potenti economicamente, superficiali e prive di valori morali.
    Lo spazio in cui si svolge la sua vita e’ quello dei lussi sfrenati, dei rapporti fugaci, consumati senza sentimento ( spesso tra segretarie e datori di lavoro), delle azioni pericolose e dei vizi. Questo suo vivere tra un eccesso e l’ altro sara’ la causa del rapporto conflittuale con la sua famiglia.
    Sono affascinata dalla sua storia e voglio sapere di piu’ su di lui, ma se esistesse davvero, sarebbe una di quelle persone che eviterei.
    Firmato mi e’ stato sul culo in piu’ occasioni: ho provato sdegno per il modo in cui se la spassava tra yacht e locali, per il modo in cui ha trattato il povero Peppino Fulvi o per le sue irritanti perversioni sessuali.
    Il piu’ delle volte immagino di insultarlo o schiaffeggiarlo, ma non stavolta.
    Stavolta gli poggerei una mano sulla spalla e gli direi che sbagliare e’ umano.

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    1. giuseppeiacolino ha detto:

      Bella analisi e molto lusinghiera, a causa del paragone co Gep Gambardella. Effettivamente un filo che per grossi capi li lega c’è, anche se sono due figure differenti, sia a causa del differente contesto, sia perché io non sono “Il Maestro” Paolo Sorrentino.
      Detto questo concordo con te, anche a me spesso sta antipatico, ma forse proprio perché a starmi antipatico a volte sono io.
      Grazie sempre per la partecipazione.

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